Avevo ragione ?

Era il lontano 1999 quando mi apprestavo ad affrontare una sala di un centinaio di persone bramose di sapere dove investire il proprio denaro in un momento “particolare” (al momento sembrano tutti particolari ma a posteriori sembrano tutti uguali…). Il momento era quello in cui tutto sembra che possa andare per il verso giusto e tradotto in finanza significa che c’era un vento favorevole e si dice che…quando il vento tira forte anche i tacchini volano…

E fu proprio così, per tutto il 1999 e parte del 2000 i mercati azionari di tutto il mondo salirono aggiornando sempre nuovi massimi in una euforia collettiva via via crescente. La rivoluzione tecnologica era partita da poco ma si leggeva ovunque di investitori diventati milionari dopo aver investito pochi soldi in una azienda partita in un garage. Improvvisamente pareva ridicolo e sciocco investire nel reddito fisso, che allora, sulla durata decennale statunitense offriva un “misero” 5% ” lordo annualizzato. I flussi di denaro sul mercato azionario che già erano importanti aumentarono esponenzialmente. Se c’è una festa, perchè non partecipare ?

Gli “esperti” cominciarono dunque a consigliare sempre più equity (azioni)  nei portafogli giustificandolo con il fatto che gli utili della new economy sarebbero stati copiosi negli anni a venire e che i prezzi che c’erano sul mercato azionario erano fair (giusti) in relazione agli utili attesi. Il mondo sarebbe andato incontro ad una rivoluzione che avrebbe portato maggiore produttività, libertà, condivisione e ricchezza. Un maggiore benessere costruito attraverso internet e l’innovazione tecnologica che si stava vivendo. In quella riunione io parlai del perchè investire in azioni e fui preceduto da un signore dell’ufficio titoli dell’allora Bipop che consigliò l’asset ideale: 80% e 20%. Era stato lapidario; visto quello che stava accadendo, con un’ottica di medio lungo termine il portafoglio di ognuno di noi a cui non sarebbero serviti i soldi per 5 anni, avrebbe dovuto essere investito 80% azionario e 20% reddito fisso.

Sinceramente, condividevo quel punto di vista, avendo studiato lungamente il mercato finanziario sui libri di scuola analizzandone i dati in maniera oggettiva. Sì, mi dicevo, il mercato azionario è sempre stato vincente sulle altre asset nel lungo termine, è vero  e dunque se una persona non ha necessità del denaro nel breve perchè investire diversamente ? Ovviamente la mia preparazione era scolastica e non avevo ancora ben compreso le dinamiche che si sviluppano tra cliente e consulente quando i mercati scendono e di quanto avesse dovuto essere lungo il periodo. Comunque, da quel momento, il mercato azionario iniziò un declino nemmeno tanto lento che terminò nel marzo 2003 con un -50% circa sulla parte azionaria. Scoprimmo tutti, nostro malgrado, quanto poteva essere doloroso investire in azioni senza avere la consapevolezza necessaria. Infatti l’analisi empirica ci dice che su un periodo che va dal 1802 al 1997 le azioni sono indubbiamente più rischiose nel breve termine delle obbligazioni e questa rischiosità si riduce nel lungo termine. Infatti la volatilità del risultato finale di un investimento azionario si riduce all’aumentare dell’orizzonte temporale di detenzione del portafoglio. Snocciolando i dati possiamo affermare che nel periodo preso in considerazione le azioni hanno battuto le obbligazioni in base al periodo di mantenimento dell’investimento nelle seguenti percentuali:

stock

La rilevazione empirica è stata effettuata su dati della borsa americana ma si potrebbe ribaltare sull’indice world (pur non avendo dati così profondi) ottenendo gli stessi risultati. Dalla tabella si evince che mantenendo l’investimento azionario dal 1871 al 1996 per un anno rolling avrei avuto un 60% di probabilità di battere il rendimento dei titoli di stato a lungo termine ed il 65% di probabilità di battere i Bot USA. Su un orizzonte temporale di 5 anni avrei avuto storicamente un 76% di probabilità di battere il rendimento di un Bot USA e su 10 anni un 85% di probabilità. Ritornando al punto di partenza, ciò che non era stato detto agli investitori in quella riunione è che pur avendo una buona probabilità di battere il reddito fisso in 5 anni (e non la certezza) c’era anche un 25% statistico di probabilità di non farcela su quell’orizzonte temporale. E come sempre succede in questi casi tutti coloro che entrarono nel 2000 capirono sulla propria pelle il significato di quello che sto dicendo. A posteriori, divertiamoci a guardare cosa è successo da quella riunione a quell’investitore che avesse ascoltato la raccomandazione 80 20.

performance

Tutti coloro che sono entrati sui mercati azionari nel 1999/2000 (esempio specifico 01 gennaio 2000)  ad oggi dopo 17 anni sarebbero rientrati in quella percentuale di perdenti contro reddito fisso con un indice world che ad oggi ha messo a segno un 1,43% annualizzato. Vedremo cosa accadrà dopo 20 anni ma per ora su questo orizzonte temporale gli investitori che hanno comprato sul picco sono rientrati in quel 10% dei casi possibili negativi dal 1871 al 1996. Guardiamolo graficamente:

rendimenti

In questo grafico appare evidente come chi fosse entrato nel 2000, nel 2014 non solo aveva avuto risultati inferiori al reddito fisso ma addirittura non aveva recuperato il capitale investito !

Che lezione possiamo trarre da tutto questo:

sicuramente che occorre sapere che non esistono investimenti che hanno la certezza di offriti rendimenti reali certi e fissi negli anni ma esistono investimenti come quelli azionari che hanno ottime probabilità statisticamente di battere altri investimenti su diversi orizzonti temporali. Maggiore è l’orizzonte temporale maggiore sarà la probabilità di uscirne vincenti.

sicuramente che nel lungo termine siamo tutti morti e dunque questo lungo termine non può essere troppo lungo anche nel caso poco probabile di un cattivo momento di entrata  e occorre quindi utilizzare metodi che ci consentano di evitare di stare sul mercato a fare la fine della rana bollita quando il trend primario è negativo

sicuramente che non bisogna mai ascoltare gli “esperti”

 

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Perchè pagare un consulente finanziario

Poco tempo fa leggevo un articolo del sole24ore in cui il giornalista commentava la consueta indagine annuale della Consob sugli investimenti finanziari delle famiglie italiane, e ancora una volta emerge la scarsa cultura finanziaria. Fatto non certo nuovo, occupando da tempo gli ultimi posti della classifica dei paesi più acculturati finanziariamente, ma l’indagine rivela anche altri aspetti inquietanti. Gli Italiani continuano a comprare strumenti finanziari in maniera inconsapevole cioè senza le competenze necessarie e tendono a sopravvalutare le loro capacità nella maggioranza dei casi. Questo risulta evidente quando si scopre che il 59% degli italiani dice di preferire una composizione di portafoglio prevalentemente azionaria perchè considera le azioni meno rischiose delle obbligazioni !

Le famiglie che hanno scarsa fiducia negli strumenti finanziari offerti dalle banche, tendono a detenere i loro risparmi liquidi ottenendo rendimenti zero o addirittura negativi. Sembra, dal rapporto, che la maggioranza dei risparmiatori tenda a preferire il “fai da te” e solo una minoranza si affida a professionisti. Eppure l’indagine rivela che argomenti come rapporto rischio/rendimento e diversificazione sono poco noti tra i risparmiatori evidenziando, dunque, una grande necessità di consulenza. Ma anche tra quelli che si affidano ad un consulente finanziario o intermediario emerge un 45% che non sa come venga pagato il proprio consulente/intermediario e un 37% che pensa che la consulenza finanziaria ricevuta dagli intermediari/consulenti finanziari sia addirittura gratuita !

Cominciamo a sfatare questo mito !  la consulenza si paga e questo non vale solo per il settore finanziario ma per tutti i settori. Nessun professionista chiamato “consulente” lavora ed offre la sua professionalità senza essere pagato. La colpa di tale credenza è comunque anche degli intermediari che hanno fatto credere per anni ai risparmiatori che investire denaro non richiedeva competenze particolari, bastava sapere che tasso si voleva e la scadenza, ed il gioco era fatto. Spesso il tasso offerto dalle banche a cui si prestavano i soldi era inferiore a quello dello stato…ma in mercati inefficienti succede anche questo come succede che strumenti a bassa qualità e costosi siano presenti massicciamente nei portafogli delle famiglie. L’informazione sarebbe la prima risorsa per difendersi da coloro che ci vogliono raggirare.

Cominciamo col dire quando non dovreste pagare un consulente finanziario:

  • quando non vi ascolta
  • quando antepone i propri interessi a quelli vostri
  • quando vi da le “dritte”
  • quando vende prodotti
  • quando non esplicita il costo degli strumenti utilizzati
  • quando non evidenzia pro e contro di ogni soluzione d’investimento ma solo i pro
  • quando non vi chiede quanto siete disposti a perdere per esplicitare il grado di rischio
  • quando non utilizza parametri oggettivi per valutare il mercato e la qualità degli strumenti
  • quando ha sempre ragione

Ascoltare bene l’investitore è il primo tassello di una buona consulenza. Solamente ascoltando per davvero possiamo cercare di capire cosa ci chiede il risparmiatore che spesso non ha competenze, è vero, ma sa bene cosa desidera dai suoi risparmi. Fare gli interessi del cliente significa porsi la seguente domanda: “io farei la stessa cosa se fossi seduto al suo posto ?”

La “dritta” giusta è quel Santo Graal che tutti cercano ma che non esiste ! Esistono raccomandazioni che a volte possono essere azzeccate ed a volte meno fortunate fino ad essere rovinose. Solo una pianificazione razionale, metodica e basata su studi teorici ed empirici può condurre nel tempo al risultato sperato !

Lo strumento o il prodotto deve essere sempre adeguato, appropriato e coerente con la situazione patrimoniale dell’investitore ed il suo costo esplicitato ed equo se paragonato ai suoi competitors sostituti. Spesso le soluzioni d’investimento hanno due facce della stessa medaglia e non è corretto guardarne una sola.

Il rischio…questo termine che a molti oggi può suonare familiare ma che pochi conoscono davvero. Spiegare il rischio in maniera semplice e comprensibile significa dare dei valori di perdita massima ben definiti su orizzonti temporali altrettanto definiti.

Costruire un portafoglio efficiente non può prescindere dall’utilizzare dei modelli universalmente riconosciuti. Modelli che andranno messi in campo sia per l’asset allocation (che nel lungo termine 10 anni è determinante per il 95% sul risultato) che per il timing (importantissimo nel breve termine). E’ inoltre ben noto che i gestori, quando utilizzati, vadano scelti in base ai rating assegnati ma anche monitorati in quanto c’è un’amplia letteratura sulla non persistenza della loro qualità nel lungo termine.

Beh, sull’ultimo punto si potrebbe disquisire ore….ma  è un atteggiamento di cui molti vanno persino fieri, come se fosse una dimostrazione di valore e di forza mentale, ma che  a mio modo di vedere produce molti danni. Il principale è quello di chiudere il dialogo con il nostro interlocutore che, non dimentichiamoci, è colui che ci paga !

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E’ il mercato sopravvalutato ?

Se mi leggete sapete come la penso sui mercati azionari cioè che il trend è nostro amico e dunque sarà solo seguendo lui che sapremo se investire nell’equity o no. Ed in questo momento, il trend di medio lungo sul mercato azionario globale è rialzista. Ma questo significa che l’asset di un cliente propenso ad accettare il rischio e con un orizzonte lungo debba essere interamente investito nell’equity in questo momento ? Per darci una risposta potremmo chiederci se il mercato è equamente valutato !
Certo direte voi, ma come facciamo a saperlo ? In realtà vi dico sempre che affidarsi agli sciamani può produrre brutte sorprese e non ho cambiato idea in proposito ma un aiuto potrebbe arrivare dall’analisi fondamentale applicata ai mercati azionari. Senza addentrarci troppo in questa materia, potremmo dire che l’analisi fondamentale applicata al mercato azionario ci aiuta a determinare il suo valore intrinseco o fair value. Benjamin Graham è considerato il padre indiscusso del value investing ovvero di investire scegliendo i fondamentali dei titoli. Uno dei principali indicatori utilizzati nella disciplina è il rapporto prezzo/utile che esprime quante volte pago gli utili di una azienda. Questo rapporto mi dice anche quanti anni mi occorrono per rientrare dell’investimento, quando inizierò a guadagnare dall’investimento fatto e in altre parole il tempo necessario perchè gli utili siano uguali al prezzo dell’azione. Chiaramente più il rapporto è basso e migliore è la posizione dell’investitore in prospettiva. Qui sotto potete vedere un modello basato sui P/E utilizzato da Robert Shiller  premio nobel per l’economia nel 2013 per i suoi studi per le sue analisi empiriche sui prezzi delle attività finanziarie. Ha inventato il ciclically adjusted price earning che utilizza la media degli utili degli ultimi 10 anni, dato meno volatile e più affidabile. Qui sotto potete vedere un grafico del mercato principale al mondo e di quello su cui abbiamo più dati ovvero S&P500 della borsa americana. Il grafico mostra con il tratto in neretto il suo andamento dal 1871 ad oggi con una retta di regressione esponenziale. La direzione del mercato è, nel tempo, chiaramente rialzista ma come potete vedere, a volte l’indice è stato sopra la retta ed a volte sotto la retta. Si tratta del concetto per cui l’indice nel tempo tende a seguire questa retta e dunque può stare sopra o sotto per del tempo ma alla fine ritorna in media. La parte più interessante dell’immagine è quindi il rapporto prezzo utile dell’indice calcolato con il metodo di Shiller. Come possiamo vedere tale rapporto si è mosso da un minimo segnato nel 1920 di 4,8 ad un massimo segnato nel 2000 con un 44,2. Solo prendendo questi due esempi estremi possiamo renderci conto dell’utilità di questo indicatore. Infatti nel 1920 è iniziato (come potete vedere il grafico sopra) un rally del mercato azionario americano che ha portato l’indice S&P 500 da 6,50 a 31,30 nel settembre del 1929. Un rendimento stratosferico dell’indice rispetto alla sua media storica del 7% annuo in termini reali. Possiamo dire che nei 5 e 10 anni successivi al 1920 il rendimento dell’s&p 500 è stato magnificamente superiore alla media storica ovvero si è registrato un extra rendimento. Guardiamo l’altro esempio che ci pone dal lato opposto ovvero quando il P/E 10 si è portato a 44,2 nel 2000. In quella data l’indice s&P 500 era a 1552 punti,   5 anni dopo a 1229 e 10 anni dopo a 1180 !

Chi avesse investito in quell’anno con un P/E10 così alto dopo 10 anni non avrebbe raccolto nulla ma sarebbe stato in attesa ancora qualche anno prima di raccogliere i frutti. Ma allora dopo tutta questa premessa che fare ora ?

Ritorniamo alle mia prefazione in cui dico che, fermo restando la conoscenza del cliente, la sua propensione al rischio e le sue esigenze,  occorre sapere dove siamo per decidere se sottopesare l’equity o sovrappesarlo. La maggioranza delle persone investono vedendo solo bianco e nero e alle stesse piace sapere se deve avere azioni o no. Purtroppo non è possibile, salvo facendo grandi errori, essere dentro totalmente o fuori totalmente perchè non è possibile prevedere i mercati.  Ma per un buon consulente è necessario sapere che se ad esempio ho un profilo prudente con un 20% di azionario internazionale in questo momento con un rapporto PE10 a 30, e dunque superiore alla sua media storica, lo tengo al 10%. Cioè sottopeso il portafoglio sulla parte equity. Perchè non la elimino, direte voi, sapendo che il mercato con buona probabilità è sopravvalutato ?

Perchè la sotto/sopra valutazione del mercato, come insegna la storia, potrebbe potrarsi nel tempo ( come è accadduto dal 1995 al 2000 e dunque stare completamente fuori potrebbe arrecarmi dei danni in termini di mancata performance. Sarà il trading system che uso ad indicarmi invece quando il trend di medio lungo periodo si deteriora ed il mercato sta invertendo e diventando orso. In quel momento quindi intervengo radicalmente riducendo l’equity. Quindi oggi sottopeso il portafoglio rispetto a quello che dovrei avere nell’equity e domani, quando il trading system ci darà i segnali di uscita riduco l’esposizione drasticamente fino a nuovo segnale di entrata.

Abbiamo così parlato di un altro strumento nella nostra cassetta degli attrezzi che si rivela utile per fare delle scelte consapevoli. So che molti di voi non amano usare gli “attrezzi”  ed è per questo che mi propongo io come vostro artigiano.

 

 

 

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Il biglietto verde ……non lo vuole più nessuno !

Era solo qualche mese fa il tempo in cui si sprecavano le analisi e le previsioni delle maggiori case d’investimento, analisti ed operatori del settore in cui si caldeggiava l’acquisto di Dollari USA  contro Euro. Eppure, da qualche tempo a questa parte, sentendo e leggendo qualche dichiarazione delle stesse case d’investimento sembra che il vento sia improvvisamente cambiato. Lo slogan, dunque, oggi è “vendere dollari contro euro”. La cosa bella è che mentre mesi fa i media consigliavano l’acquisto di dollari sulla base di ragionamenti razionali che avevano senso, alla stessa stregua, oggi, gli stessi consigliano la vendita motivandone razionalmente il consiglio. E sembra quasi, leggendo le spiegazioni, che ieri avevano ragione ma anche oggi !

Per capire qualcosa forse occorre ripercorrere le tappe degli ultimi anni del cambio euro dollaro partendo dal massimo raggiunto dall’euro contro dollaro a 1,60. Era il 16 luglio del 2008 e l’economia americana aveva già segnato il passo travolta dalla crisi subprime partita ad agosto del 2007. Presto sarebbe sfociata nella più grande crisi finanziaria ed economica mai vista dal dopoguerra. Merita attenzione il livello dei tassi di interesse della FED che in quel momento erano al 2% ma provenivano dal 5,25% dell’anno precedente. La FED  da luglio del 2007 era diventata colomba come si dice in gergo e in altre parole aveva iniziato una politica monetaria espansiva, per combattere le conseguenze dello scoppio della bolla, che avrebbe portato i tassi dal 5,25% al 2% in un anno. Nello stesso periodo la BCE in Europa anzichè accompagnare la politica monetaria americana fece una politica monetaria contraria per cui alzò i tassi portandoli dal 4% del luglio 2007 al 4,25% del luglio 2008. Il differenziale tassi in quel momento era nettamente a favore dell’area euro per cui gli investitori vendettero dollari contro euro. La debolezza della valuta americana fu anche dovuta alla fortissima implosione del sistema bancario e quindi dell’economia reale in un momento in cui in europa si suonava ancora la musica rallegrandosi del fatto che la crisi era oltreoceano. Per affrontare la crisi dunque, la FED  iniziò a ridurre i tassi in maniera violenta fino a portarli negativi (come mai accaduto) e accompagnò questa manovra con operazioni di acquisto obbligazioni e rilascio liquidità sul mercato in proporzioni mai viste, gigantesche…(QE). Si disse che Bernanke gettava dollari dall’elicottero a pioggia sugli Stati Uniti.

Principalmente quindi, la debolezza del dollaro contro euro, fu dovuta al differenziale tassi tra dollaro ed euro a favore della zona euro. Come spesso accade gli investitori sono alla ricerca di tassi di interesse e a parità di rischio comprano la valuta in cui hanno un tasso più alto o aspettative di tassi più alti. A marzo 2009 l’economia americana tocca i suoi minimi e comincia lentamente a rispondere alle cure della FED ed allo stesso modo il dollaro comincia a riprendersi sulla base di aspettative migliori dell’economia e dunque di tassi più alti. Ma questa volta è stato diverso (la crisi era molto profonda) e i tassi non sono risaliti subito ma hanno stazionato a zero per lungo tempo. Nel frattempo la BCE in Europa, con un ritardo pazzesco, capisce che occorre ridurre i tassi e li porta prima a zero e poi recentemente sotto zero (come mai accaduto). La concomitanza di questi due eventi, miglioramento dell’economia americana e dunque aspettative di rialzo dei tassi unitamente ad un peggioramento dell’economia europea hanno portato al rafforzamento del dollaro contro euro. Il movimento del cambio è stato da manuale di politica monetaria e dunque prevedibile. Guardiamo graficamente il cambio euro dollaro dal 1997.

Oggi il tasso FED è all’1,25% ed il tasso BCE è 0%. Il tasso LIBOR USD a 6 mesi è 1,45% ed il tasso EURIBOR a 6 mesi in Europa è -0,27% . Un differenziale dell’1,72% a favore degli USA. Inoltre il decennale USA ha un rendimento oggi del 2,27% ed il bund tedesco equivalente ha un tasso dello 0,50% con un differenziale dell’1,77%. Ma in termini reali esiste il differenziale ?  L’indice dei prezzi al consumo in USA a giugno 2017 era all’1,63% mentre in Germania era all’1,58%, rendendo sostanzialmente inutile il confronto in termini reali. Ma quindi questo indebolimento recente del dollaro contro euro a cosa è dovuto ?

Chiaramente non esiste una risposta univoca e certa ma porsi delle domande può condurci a qualche riflessione. La fase di debolezza che sta vivendo Trump certamente ha inciso. I provvedimenti presi da quando è stato eletto sono stati pochi rispetto a quelli promessi in campagna elettorale e si tratta solo del ritiro dai trattati del TPP (Trand pacific partnership) e leggi sull’immigrazione più restrittive. Le indagini in corso inoltre sulla sua famiglia sul presunto Russiagate non lo hanno aiutato. Trump inoltre desiderava una politica monetaria accomodante tuttavia credo che nel medio termine la FED manterrà la propria indipendenza ed agirà sulla base dei dati calmierando il mkt con una ulteriore fase di rialzo dei tassi contestualmente ad un alleggerimento del proprio bilancio che deprimerà i corsi obbligazionari. E’ stata la prima a partire e sarà la prima a ritirarsi vendendo titoli. Per cui, seppure sia consapevole che le variabili in campo siano molte, il deprezzamento del dollaro non dovrebbe avere vita lunga nel medio termine.  Come consulente finanziario e non come guru posso aggiungere che una buona diversificazione di portafoglio debba includere anche della valuta americana ed altre valute forti per fronteggiare eventuali crisi Europee. Disgregazione Europea che, ricordiamo per chi ha memoria corta, fino ieri tutti temevano possibilissima ma che oggi nessuno crede più possibile. Come al solito il mercato o meglio gli attori del mercato si pongono sempre agli estremi ed hanno sempre una forte autostima e fiducia in se stessi avendo delle certezze che poi si sciolgono come neve al sole al primo evento opposto a quello sperato. Sapere di non sapere è già un buon punto di partenza perchè ci rende curiosi  ma anche prudenti e frena le nostre scelte d’investimento a volte troppo avventate, emotive e direzionali sostituendole con corrette asset allocation del portafoglio. Dunque equilibrio !

 

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Bilancio del primo semestre 2017

Incontrando i clienti in questi giorni mi sto rendendo conto che forse in pochi hanno capito come stanno andando le cose. O meglio, l’andamento sorprendentemente positivo della borsa italiana nel primo semestre, ha portato molti di riflesso a pensare che anche altrove le cose stiano andando in questo modo. La realtà è a macchia di leopardo se analizziamo i rendimenti dei principali mercati in cui un portafoglio investe soprattutto alla luce dell’andamento euro/dollaro. Tale cambio è stato un motore di performance negativa per l’investitore domestico che ha un portafoglio internazionale passando da 1,05 dollari per un euro al 31 dicembre 2016 all’ 1,1365 attuale. In percentuale si tratta di un 7,6% sulle attività estere in dollari che ha fatto da contraltare alla performance positiva dei mercati azionari europei.

Un portafoglio esclusivamente azionario internazionale avrebbe registrato nel semestre un 1,96%. Come si può notare dal grafico di cui sopra la performance peggiore è stata fatta registrare dalle materie prime che sono peraltro trattate in dollari. La componente azionaria USA in euro ha chiuso il semestre in parità ed emergenti ed europa hanno generato la migliore performance, con all’interno l’Italia che l’ha fatta da padrona con un +9,3%. In gennaio seguendo il mio metodo trend follower avevo pubblicato un articolo in cui comunicavo che il segnale di acquisto sull’europa era arrivato.

Come affermo sempre, io non voglio e non posso fare previsioni non avendo la presunzione di poterlo fare, ma posso vedere ed analizzare le serie storiche dei prezzi che contengono tutte le informazioni che ci servono per sapere se un mercato è rialzista o ribassista nel medio termine. A tal proposito ribadisco che la metodologia consiste nel lasciare correre i profitti e tagliare le perdite seguendo indicazioni date dal trading system. Molti mi chiedono quando il trend si fermerà ed allora capisco che non hanno capito come funziona il metodo.

Qualsiasi sistema basato sulle medie mobili mi farà entrare dopo i minimi e vendere dopo i massimi. Non esiste la possibilità di vendere sui massimi e comprare sui minimi sistematicamente ma esiste la possibilità di vendere dopo il raggiungimento dei massimi di periodo se il sistema segnala una inversione del trend di medio periodo.

Attualmente i semafori sono ancora verdi per cui, pur essendo in presenza di un trend che ormai dura dal 2009, e pur sapendo che prima o poi si fermerà non ci resta che seguirlo ed assecondarlo…farcelo amico. Andare contro il mercato è sempre stato pericoloso tanto quanto seguire il gregge senza una guida. Mi piace spesso andare a vedere il grafico dello s&p 500 e come un banalissimo metodo basato su una media mobile semplice a 200 giorni abbia guidato qualsiasi persona nelle proprie scelte d’investimento azionario nella catena di eventi che si sono concatenati nel tempo. Se non avesse seguito un metodo avrebbe venduto le posizioni da molto tempo per prendere profitto e magari avrebbe tenuto quelle in perdita. Soprattutto oggi che l’informazione viaggia rapida ed è piena di “rumori” è sempre più importante isolare ciò che è importante da ciò che non lo è. Date una occhiata al grafico sottostante.

Il grafico mostra l’indice più popolare americano dal 1995 ad oggi a cui è stata applicata una media mobile semplice a 200 giorni. I punti rossi indicano le fasi ribassiste e dunque i trend di medio periodo in cui il mercato è sceso o in cui è arrivato un segnale di vendita ed i punti verdi indicano le fasi rialziste. Questo è solo un esempio di applicazione di un sistema basato sulle medie mobili. Ma ci si rende subito conto di come riesca a ridurre la volatilità di un portafoglio ed eviti di fare la fine della “rana bollita”. Chiaramente non è privo di falsi segnali ma ciò è il prezzo da pagare per non farsi trovare nella rete quando i pescatori tireranno su le reti !

 

 

 

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Ma che sono questi PIR ?

Non avrei voluto parlare di questo argomento ma oramai le principali città d’Italia, Rimini inclusa, sono tappezzate di manifesti tricolore che inneggiano all’Italia ed ai benefici di investire sull’Italia. Non ne avrei voluto parlare perchè credo sia ancora presto, mancando i regolamenti ufficiali ed per altri motivi che poi elencherò. Ma la battage pubblicitaria e la curiosità delle persone meritano un primo approfondimento su questi PIR. Come sempre partiamo dalla legge che li ha costituiti e dunque fatti nascere.

“La legge di stabilità 2017 al Capo II prevede le misure per gli investimenti e l’articolo 18, commi 11-25, stabilisce un regime di esenzione fiscale per i redditi di capitale e i redditi diversi percepiti da persone fisiche residenti in Italia, al di fuori dello svolgimento di attività di impresa commerciale, derivanti dagli investimenti effettuati in piani di risparmio a lungo termine. I piani individuali di risparmio (c.d. PIR), per beneficiare dell’esenzione, devono essere detenuti per almeno 5 anni e devono investire
nel capitale di imprese italiane e europee, con una riserva per le Pmi, nei limiti di 30mila euro all’anno e di 150mila euro nel quinquennio. I piani di risparmio devono essere gestiti dagli intermediari finanziari e dalle imprese di assicurazione i quali devono investire le somme assicurando la diversificazione del portafoglio.

Il comma 12 contiene la definizione di piano di risparmio a lungo termine: tali piani si costituiscono mediante la destinazione di somme o valori con lo scopo di effettuare investimenti qualificati (indicati nel comma 13) mediante l’apertura di un rapporto di custodia o di amministrazione, anche fiduciaria, o di gestione di portafogli o di altro stabile rapporto, con opzione per l’applicazione del regime del risparmio amministrato, o di un contratto di assicurazione sulla vita o di capitalizzazione, instaurato con operatori professionali.Gli operatori professionali presso i quali possono essere costituiti i PIR sono gli intermediari abilitati e le imprese di assicurazioni residenti. Il conferimento di valori nel piano è considerato cessione a titolo oneroso e l’intermediario applica l’imposta secondo le modalità indicate dalla norma che disciplina l’opzione per l’applicazione dell’imposta sostitutiva su ciascuna plusvalenza
o altro reddito diverso realizzato (articolo 6 del D.Lgs. n. 461 del 1997).

Il comma 13 prevede che in ciascun anno solare di durata del piano, per almeno i due terzi dell’anno stesso, le somme o i valori destinati nel piano di risparmio a lungo termine devono essere investiti per almeno il 70 per cento del valore complessivo in strumenti finanziari, anche non negoziati nei mercati regolamentati o nei sistemi multilaterali di negoziazione, emessi o stipulati con imprese che svolgono attività diverse da quella immobiliare, fiscalmente residenti in Italia o in Stati membri dell’Unione europea o in Stati aderenti all’accordo sullo spazio economico europeo con stabili organizzazioni in Italia. La predetta quota del 70 per cento deve essere investita per almeno il 30 per cento del valore complessivo in strumenti finanziari di imprese diverse da quelle inserite nell’indice FTSE MIB di Borsa italiana o in indici equivalenti di altri mercati regolamentati.

Il comma 14 dispone che non più del 10 per cento delle somme o valori destinati nel piano può essere investito in strumenti finanziari emessi o stipulati con lo stesso soggetto, o con altra società appartenente al medesimo gruppo, oppure in depositi e conti correnti.

Il comma 15 prevede che le somme conferite nel piano possano essere investite anche in quote o azioni di organismi di investimento collettivo del risparmio (OICR) residenti nel territorio dello Stato o in Stati membri dell’Unione europea o in Stati aderenti all’accordo sullo spazio economico europeo che investono per almeno il 70 per cento dell’attivo in strumenti finanziari indicati nel comma 13 e che rispettano le condizioni poste al comma 14.

Il comma 17 richiede che gli strumenti finanziari in cui è investito il piano siano detenuti per almeno cinque anni. In caso di cessione prima dei cinque anni i redditi realizzati attraverso la cessione e quelli percepiti durante il periodo minimo di investimento del piano sono soggetti ad imposizione secondo le regole ordinarie, unitamente agli interessi, senza applicazione di sanzioni: il relativo versamento deve essere effettuato dai soggetti gestori entro il giorno 16 del secondo mese successivo alla cessione. I soggetti gestori recuperano le imposte dovute attraverso adeguati disinvestimenti o chiedendone la provvista al titolare. In caso di rimborso degli strumenti finanziari oggetto di investimento prima del quinquennio, il controvalore conseguito deve essere reinvestito negli strumenti finanziari ammessi entro 30 giorni dal rimborso Il comma 20 prevede che le minusvalenze, le perdite e i differenziali negativi realizzati mediante la cessione o il rimborso degli strumenti finanziari detenuti nel piano sono deducibili dalle plusvalenze, differenziali positivi o proventi realizzati nelle operazioni successive poste in essere nell’ambito del piano stesso sottoposte a tassazione secondo quanto stabilito ai precedenti commi 17 e 18 a partire dal medesimo periodo d’imposta e non oltre il quarto. Alla chiusura del piano le minusvalenze, le perdite e i differenziali negativi possono essere portati in deduzione non oltre il quarto periodo d’imposta successivo a quello del realizzo nell’ambito di un altro rapporto, di cui sia titolare la medesima persona fisica, con opzione per il regime del risparmio amministrato, ovvero possono essere portati in deduzione, fino a concorrenza, dalle plusvalenze e dagli altri redditi dei periodi d’imposta successivi ma non oltre il quarto, a condizione che sia indicata nella dichiarazione dei redditi relativa al periodo d’imposta nel quale le minusvalenze e le perdite sono state realizzate (articolo 68, comma 5, del TUIR).

Il comma 21 stabilisce, inoltre, che, in caso di strumenti finanziari appartenenti alla stessa categoria, si considerano ceduti prima gli strumenti acquistati per primi, e che si considera come costo d’acquisto il costo medio ponderato dell’anno di acquisto.

Il comma 22 prevede che il trasferimento di un piano di risparmio a lungo termine da un intermediario ad un altro non rileva ai fini del computo del periodo minimo di detenzione.

Il comma 23 prevede che ciascuna persona fisica non può aprire più di un piano di risparmio a lungo termine e che ciascun piano di risparmio a lungo termine non può avere più di un titolare. L’intermediario o l’impresa di assicurazioni presso il quale è costituito il piano, all’atto dell’incarico, devono acquisire un’autocertificazione, da parte del titolare, con la quale lo stesso dichiara di non essere titolare di un altro piano di risparmio a lungo termine.

Il comma 25 prevede l’esenzione dall’imposta sulle successioni e donazioni per il trasferimento mortis causa degli strumenti finanziari detenuti nel piano.

La relazione governativa afferma che l’intervento normativo in esame nasce dall’esigenza di prevedere un significativo incentivo fiscale finalizzato a canalizzare il risparmio delle famiglie verso gli investimenti produttivi in modo stabile e duraturo, facilitando la crescita del sistema imprenditoriale italiano.
L’obiettivo è, in particolare, quello di indirizzare il risparmio delle famiglie, attualmente concentrato sulla liquidità, verso gli strumenti finanziari di imprese industriali e commerciali italiane ed europee radicate sul territorio italiano per le quali maggiore è il fabbisogno di risorse finanziarie e insufficiente è l’approvvigionamento mediante il canale bancario.
Il bilanciamento tra gli obiettivi di politica economica e quelli di tutela del risparmiatore viene realizzata subordinando l’incentivo fiscale alla creazione di un “contenitore” fiscale, denominato piano, idoneo ad accogliere tutti gli strumenti finanziari esistenti sul mercato retail purché l’insieme di tali strumenti sia posseduto per un determinato periodo di tempo e sia “assemblato” seguendo criteri predeterminati. In particolare viene previsto che almeno una parte delle risorse investite sia destinato a società italiane ed europee con stabile organizzazione in Italia diverse da quelle rilevanti ai fini del FTSE MIB o altri indici equivalenti. Il riferimento a tali indici ha lo scopo di focalizzare l’agevolazione fiscale sul risparmio che confluisce negli strumenti finanziari
meno liquidi. Ma al momento, nonostante questa possibilità sia prevista dalla normativa, non è praticamente possibile il fai da te. Se in banca chiedete di crearvi un conto titoli che vi consenta di usufruire della nuova normativa sui PIR sui titoli che volete acquistare direttamente rispettando i requisiti previsti, vi ascolteranno come un marziano.

Ora proviamo a fare una sintesi del testo di legge indicando i pro ed i contro di un investimento in PIR.

Certamente il vantaggio più interessante è l’esenzione dalle tasse dei guadagni in conto capitale e cedolare. Ed in un paese in cui la tassazione delle rendite finanziarie è al 26% il discorso si fa interessante. Se facciamo l’esempio di 10.000 euro investito ad un tasso medio annuo del 5% per la durata di 5 anni avremmo a scadenza un montante di 12.762 euro. Sui 2762 euro di guadagno avremmo un risparmio fiscale di 718 euro.

L’esenzione dalle tasse di successione dell’importo investito nei PIR si rivela un altro vantaggio importante in caso di passaggio a miglior vita. Oggi infatti c’è una franchigia di un milione per beneficiario in caso di morte ma  si sta parlando da tempo in parlamento di abbassare tale franchigia ed aumentare le aliquote.

Per contro, la concentrazione dell’investimento in Europa ma ancor più in Italia ci può fare cadere nella trappola dell’ “home bias” ovvero di investire domestico rinunciando ad una diversificazione maggiore e ad un portafoglio meno rischioso per avere un vantaggio fiscale. La soluzione per ovviare a questo problema è dosarlo nei portafogli e pesarlo equamente in base  al rischio che ha.

Un’altra considerazione da fare è rappresentata dal fatto che investe una buona parte del portafoglio (il 30% del 70%) in strumenti spesso non quotati ho quotati in mercati a bassi scambi e dunque meno liquidi e più volatili.
Svantaggioso potrebbe apparire anche il vincolo a cui dobbiamo sottostare per avere il vantaggio fiscale rendendo l’investimento meno flessibile e liquidabile  rispetto ad un altro. Ma si sa che il governo ragiona con il bastone e la carota.

Insomma, l’investimento nei PIR andrebbe valutato non guardando solo al presunto beneficio fiscale ma soprattutto al proprio profilo di rischio, al proprio orizzonte temporale, alla propria asset allocation e al patrimonio posseduto oltre che al TER (Total Expense Ratio, ovvero il costo complessivo annuale del fondo) del PIR. Tutti gli organismi di investimento collettivo del risparmio si stanno buttando a pesce nel business ma i gestori veramente bravi sull’azionario italiano e sulle small e medium cap sono molto pochi. Infatti se si analizzano in base al track record dei risultati conseguiti confrontati con il benchmark, non sono una popolazione così numerosa come il numero di prodotti PIR che si stanno affollando sul mercato. Occorre quindi fare una selezione molto accurata anche perchè non sarà possibile trasferire il PIR in quello di un altro gestore una volta acquistato se non andrà bene. A tal proposito, ricordo che l’intermediario aprirà un dossier PIR dedicato ed una volta aperto non potrò aprirne un altro presso un altro intermediario. Per cui molto meglio utilizzare un intermediario che abbia la più amplia offerta possibile di gestori in modo da poter fare una scelta avveduta.

Ultimo, ma non meno importante, la scelta del momento in cui aprire il PIR. Diciamo che se è completamente azionario, sarebbe corretto impostare dei piani di accumulo per 5 anni in modo da non incorrere nel rischio di sbagliare timing d’ingresso. E a tal proposito inserirò qui sotto il grafico dell’indice Italiano più rappresentativo, il FTSE MIB e l’indice delle piccole medie imprese FTSE mid cap. Forse non è un caso che quest’ultimo da qualche mese a questa parte stia sovraperformando l’indice large cap in modo sempre più evidente. Forse i gestori si vedono arrivare fiumi di denaro dagli intermediari e comprano azioni di piccole medie società contribuendo a far crescere i prezzi indipendentemente dai fondamentali ? Non saprei, ma probabilmente fare piani quinquennali frazionando l’importo complessivo annualmente è la scelta che il buon padre di famiglia è chiamato a fare !

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Il paziente sta guarendo !

Sono passati 9 anni dal quel settembre 2008 in cui sembrava di essere prossimi alla fine del mondo. Ricordo ancora molto bene le telefonate dei numerosi clienti preoccupati per quello che sarebbe accaduto  non solo sui mercati finanziari ma anche nell’economia reale. Telefonate che talvolta erano anche di disperazione. Un bravo consulente non deve solo arginare lo stato d’animo ansioso e preoccupato del cliente ma anche chiedersi in quei momenti che cosa fare. E la cosa giusta da fare non gli viene suggerito da nessuna testata giornalistica.

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Di solito quello che leggiamo è fatto per trasmetterci delle emozioni al fine di riuscire ad attrarre quanti più lettori possibili. E si sa, le masse si muovono sull’emotività spesso alimentata dai media. Infatti da quel settembre 2008 il mercato azionario sarebbe sceso fino a marzo 2009 ovvero per altri 6 mesi facendo crollare i listini di tutto il mondo di oltre il 50% rispetto ai massimi precedenti. Un consulente finanziario che abbia vissuto quell’esperienza molto forte ed imprevedibile, oggi,  a distanza di anni  dovrebbe chiedersi prima di tutto se il cliente, a cui fornisce aiuto, ha il portafoglio che desidera e la quantità di rischio che aveva chiesto. Si badi bene che ho parlato di quantità di rischio e non se vuole rischio. E qui apro e chiudo la parentesi. Il rischio zero studiato nei vecchi manuali di finanza è scomparso !

E non so quanti risparmiatori abbiano questa consapevolezza e quanti consulenti abbiano il coraggio di dirlo. Digerire questo concetto ci porta al passo successivo che è quello di avere ed ottenere un giusto rapporto rendimento atteso/rischio. In parole semplici significa capire quale perdita/guadagno si è disposti ad accettare su un orizzonte temporale predefinito.

Spesso, quando accadono crash come quelli del 2008, si scopre che tanti hanno comprato del rischio senza saperlo o non ne avevano compreso l’entità. Solo l’esperienza di un consulente finanziario, la conoscenza che ha dei suoi clienti e ancor più la disponibilità del cliente ad aprirsi e chiedere manifestamente ciò che vuole in termini di rischio consentirà a ciascuno di aver un portafoglio che avrà negli anni un rendimento atteso e rischio (misurata in termini di volatilità) in linea con quanto richiesto.

Un portafoglio in cui mettere i risparmi deve essere costruito in modo da tener conto del

  • rendimento Atteso
  •  di quanto oscilla ovvero del rischio
  • scegliendo tipi di investimenti differenti ovvero della diversificazione
  • così che vadano su e giù in modi e tempi diversi ovvero che abbiano una bassa correlazione

Funziona a tal punto che un portafoglio diversificato e decorrelato composto da attività speculative potrebbe risultare meno rischioso di un portafoglio prudente. Dobbiamo, in poche parole, costruire un portafoglio seguendo delle regole ed una metodologia. Ma torniamo al caso di un investitore che, leggendo il giornale del 16 settembre 2008, si fosse spaventato ed avesse venduto un portafoglio azionario World ben diversificato. Fino al 20 marzo 2009 avrebbe cantato vittoria avendo evitato un -35% del World All Country. Ma si sa che in borsa ride ben chi ride ultimo ed oggi avrebbe avuto un rendimento del 82,1%, un 10% circa annualizzato di rendimento !

L’investitore in esame non ha scelto di disinvestire su modelli oggettivi ma solo in base ai media e dunque se lo stesso investitore avesse continuato dal 16 settembre 2008 in avanti a leggere i giornali forse non sarebbe rientrato sul mercato fino al 2012-13 anni in cui i giornali ricominciavano a parlare di ripresa o forse ancora oggi sarebbe fuori dal mercato visto le continue incertezze ed eventi accaduti non beneficiando dei profitti degli anni successivi. lo so che a molti potrebbe apparire noioso questo discorso. Ma pensare di costruire un portafoglio diversificato e fare aggiustamenti in base ad un metodo  è l’unica strada da perseguire per gestire nel medio lungo termine un portafoglio.

Fare timing sul mercato in base ai media è assolutamente sbagliato e questa ne è la dimostrazione mentre è giusto fare aggiustamenti sull’azionario in base ai trend di medio lungo termine delle asset class. Una volta costruito un portafoglio idoneo per ciascuno con i criteri prima elencati si opererà sulla parte di azionario, ad esempio, aumentandola o riducendola seguendo una metodologia che nel mio caso è quella descritta più volte nel mio blog basata su medie ottimizzate e stop loss.Se un investitore avesse operato in questo modo nel 2008 avrebbe ridotto l’esposizione in quel periodo e poi aumentato l’azionario fino a riportarla al valore originario nei mesi successivi al crollo beneficiando oggi di uno dei più grandi rialzi della storia dei listini internazionali. Infatti a marzo 2009 i giornali ed i media continuavano ad affermare che il rally di wall street era una illusione e che le manovre messe in atto dalla banca centrale americana avrebbe messo in ginocchio l’America più di quello in cui era. Il messaggio era “stai fuori dal mercato !”

Alcuni rimangono affascinati interloquendo con professionisti in videoconferenza da Londra che fanno previsioni a breve e suggeriscono di spostare i soldi da una parte all’altra…tuttavia non serve, è solo cinema ed anzi ci porta sulla strada sbagliata, facendoci perdere di vista l’obiettivo e costringendoci a guardare a brevissimo creando ancora più confusione ed incertezza

Occorre partire dall’umiltà e ammettere di sapere di non sapere ! Questo atteggiamento ci consentirà di avere lucidità nei momenti in cui nessuno ce l’ha. E guardando con lucidità il presente non si può non considerare che i mercati azionari internazionali sono in trend nonostante le mille incertezze sul presente e sul futuro, le preoccupazioni etc, rispolverando un vecchio detto secondo il quale le borse sono abituate da anni a scalare i muri delle preoccupazioni. Non si può non vedere che le manovre messe in piedi dai governi e dalle banche centrali prima in America, poi in tutto il mondo compresa l’Europa, abbiano avuto effetti positivi. Non si può non notare che il paziente è uscito dalla terapia intensiva e che oltreoceano hanno staccato le flebo da dicembre 2015, mese in cui abbiamo assistito al primo rialzo dei tassi. Eppure nessuno ha suonato la campanella a wall street e festeggiato il paziente che cominciava a stabilizzarsi e si alimentava da solo !

E non possiamo non notare che il LIBOR usa 3 mesi è salito fino all’1,12% e che un decennale usa oggi rende più di un titolo di stato Italiano. Non si può non notare che l’inflazione sta progressivamente aumentando in USA ed altrove rendendo molto probabilmente  improcastinabile il proseguimento dei  rialzi dei tassi in futuro.

Questo ed altri macro trend occorre vedere quando si costruisce un portafoglio, facendo fotografie in movimento delle variabili economiche finanziarie per decidere i pesi da dare ad ogni asset con cui si costruisce un portafoglio.

Con questo concludo dicendo che il mercato farà il mercato e dunque avrà un andamento che nel breve sarà imprevedibile alla faccia di tutti coloro che pensano di “sgamarlo” !

 

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