The Fund

L’hanno chiamato “THE FUND”, o almeno così appare sulla loro homepage https://www.nbim.no/en/the-fund/ .

Si tratta del più grande fondo sovrano esistente al mondo. Qualcuno di voi penserà agli emirati arabi o a qualche paese asiatico. Nulla di tutto questo, si tratta del fondo sovrano norvegese e quindi di una realtà in Europa e costituita da uno stato per risparmiare per le future generazioni. Si recita “un giorno il petrolio finirà, ma la popolazione norvegese continuerà a beneficiare dei ritorni del fondo”.
Il fondo è stato costituito nel 1998 con l’obiettivo di accumulare i proventi derivanti dal petrolio trovato in mare ed ha raggiunto oggi la considerevole cifra di 890 miliardi di euro. Ciò che colpisce è anche la trasparenza di questo fondo il cui valore è aggiornato in tempo reale sul sito oltre che la mole di informazioni disponibili sulla composizione del fondo, variazioni, costi etc…

Direi che si tratta di un altro bel esempio di cultura nordica da importare e seguire come ad esempio la busta arancione del sistema pensionistico svedese di cui si parla da 20 anni  in Italia ma non è mai stata adottata.

Ma torniamo a parlare del fondo che investe in 72 paesi e ha partecipazioni in 9142 aziende che rappresentano l’1,4% delle compagnie quotate nel mondo. La Banca Centrale Norvegese si occupa della gestione di questo grandissimo “fondo pensione statale” con un approccio di lungo termine volto a generare forti ritorni e salvaguardare la ricchezza per le generazioni future. Il fondo investe in azioni, reddito fisso ed immobiliare. In particolare al 30 giugno 2018 l’asset allocation del fondo era la seguente

  • 66,8%   Investimenti azionari
  • 30,6%   Investimenti obbligazionari (reddito fisso)
  •    2,6%  Investimenti immobiliari

Il fondo segue benchmark del gruppo FTSE  (per l’azionario) e Barclays (per l’obbligazionario)  da cui derivano le macro asset allocation del portafoglio e seleziona le aziende in base ad una profonda analisi utilizzando  modelli universalmente riconosciuti per la selezione delle società. Ha un mandato che prevede un forte controllo e monitoraggio del rischio e se l’asset deve cambiare in misura considerevole il ministro delle finanze deve chiedere autorizzazione in parlamento. Si tratta insomma di un grande fondo comune d’investimento, il più grande al mondo.

La composizione geografica del fondo oggi è così suddivisa:

  • 36%  Europa
  • 41%  Nord America
  • 20% Asia e Oceania
  • 3%   Resto del mondo

Come ho già detto il fondo è partito nel 1998 e immagino siate curiosi di vedere quale è stato il risultato annuale e annualizzato cumulato. Per cui andiamo a vedere la tabella

Ad oggi 2018 il ritorno annualizzato cumulato è stato del 5,95%. Poco, molto …non saprei ma ciò che mi colpisce è che il risultato è stato raggiunto con un portafoglio diversificato a livello globale e non con pochi titoli, è stato raggiunto con un portafoglio che ha una forte componente azionaria e non con obbligazioni, è stato raggiunto con perseveranza e determinazione e non con la fretta di avere rendimenti a tutti i costi facendo timing.

Il fondo ha avuto anni in cui il risultato è stato fortemente negativo come il -23,31% nel 2008 o come nei primi anni 2000. Aver però tenuto la rotta e la fiducia nel mantenere una elevata componente azionaria come da mandato ha permesso ad oggi di aver un risultato notevole. E la vera sfida negli investimenti non è fare previsioni (che nessuno è in grado di fare) ma costruire un portafoglio efficiente, contenere  e monitorare il rischio (volatilità) su livelli che si è disposti ad accettare e soprattutto avere tanta pazienza e fiducia in quello che si sta facendo. Anche quando tutto sembra remarci contro e rimaniamo soli, in compagnia di una stampa e campagna mediatica spesso volta a fare sensazionalismo piuttosto che informazione. La vera sfida è quella di riuscire ad allontanarci dal momento e mantenere un pensiero indipendente e razionale basato su tesi dimostrate dal tempo. Guardiamo l’ultima tabella che mostra i rendimenti annuali delle principali asset class del portafoglio del fondo

Le perdite subite dal comparto azionario in alcuni anni sono state notevoli e sono arrivate anche ad un -40% ed hanno durato anche 3 anni (2000-2003) ma non hanno impedito ed anzi hanno contribuito in misura considerevole a determinare la performance complessiva del portafoglio nel tempo. Come dire, per arrivare in paradiso devo passare per l’inferno ed il purgatorio inevitabilmente. O pensiamo che non abbiano avuto  le competenze per passare indenni in alcuni momenti  tra le gocce del temporale ?

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Alternativi ? Sì, ma a cosa ?

Vorrei parlare degli alternativi ovvero di quei fondi comuni di investimento che utilizzano le possibilità offerte dalla normativa UCITS III che rende questi fondi di nuova generazione simili ad hedge fund. Questi ultimi sono fondi speculativi esistenti da tempo, noti per il loro appetito al rischio e per un regolamentazione che potremmo definire molto elastica. Il loro obiettivo era ed è sempre stato quello di generare un rendimento indipendentemente dall’andamento di mercato. Per fare questo utilizzano tecniche di “short selling ” cioè vendite allo scoperto, utilizzo dei derivati anche oltre il 100% del patrimonio allo scopo di ridurre i rischi del portafoglio o aumentare i rendimenti e ultima ma non meno importante la leva finanziaria. Si tratta di prendere a prestito denaro fino a 4/5 volte il patrimonio netto per investirlo e lucrare la differenza. Molti di voi ricorderanno l’hedge fund long term capital management di Merton e Scholes (Long term capital management) che faceva della leva finanziaria e delle tecniche di gestione avanzatissime il proprio cavallo di battaglia ma che nel 1998 fallì creando una grande buco che richiese l’intervento della federal reserve. Faccio presente, a coloro i quali non ricordano chi fossero  Scholes e Merton, che nel 1997 si aggiudicarono un premio nobel per l’economia e dunque non erano certo degli avventurieri. Ma purtroppo quando si usa la leva finanziaria ed altre strategie ad alto rischio qualcosa può andare storto. Per cui io direi che la giusta definizione per un Hedge fund è Fondo Speculativo. Il fondo comune infatti a differenza di un hedge fund è un fondo d’investimento con delle normative, che regolamentano la gestione, ben precise e che delimitano l’operato del gestore in un recinto limitando i danni nel caso in cui qualcosa vada per il verso sbagliato. Ritornando a bomba sul titolo la recente normativa UCITS III ha permesso ai fondi comuni che lo desiderano di acquistare fino al 100% dei derivati sul patrimonio netto e dunque di operare come o similmente ad un Hedge fund. Le case d’investimento hanno fatto a gara per sfornare fondi ad alto uso di derivati e leva che vengono denominati e raggruppati come Alternativi. Per comodità, vista la numerosità della tipologia nella categoria, potremmo distinguere gli alternativi  in modo approssimativo ma più comodo in 3 gruppi:

-Alternative Low volatility

-Alternative Medium volatility

-Alternative High volatility

Fondamentalmente il driver è il rischio, assunto dal manager, derivante dall’utilizzo dei derivati e dalla leva finanziaria ed in base a questo viene fatta una prima importante distinzione. Praticamente viene definito un range, in cui la volatilità del fondo dovrà oscillare,  e maggiore sarà il range (esempio da -10% a +10%) di oscillazione su un certo orizzonte temporale tanto maggiore sarà il rischio assunto. Viene anche stabilito generalmente un VAR ovvero la perdita massima che si potrà ottenere dall’investimento su un certo orizzonte temporale in un certo intervallo di confidenza …

Ma senza addentrarci troppo nella materia chiediamoci il perchè dell’offerta lievitata di questi prodotti. La risposta è apparentemente semplice. Diciamo che in questo caso  la domanda ha creato l’offerta. Le fabbriche prodotto non hanno fatto altro che creare uno strumento che rispondesse alle esigenze degli italiani. Quest’ultimi non amano la volatilità dei mercati e dunque chiedono uno strumento che abbia una volatilità contenuta entro certi termini e soprattutto un rendimento in qualsiasi situazione di mercato. Il fattore di successo di questi fondi le cui masse hanno raggiunto dimensioni ragguardevoli è proprio questo. E diciamocelo francamente, sarebbe il sogno di tutti !

Ecco, peccato che con il passare del tempo, si sta capendo che si trattava appunto di un sogno e che i rendimenti li fanno i mercati nel bene e nel male. La risposta alla prima esigenza dei risparmiatori ovvero avere uno strumento a volatilità controllata è stata buona ma ahimè non si può certo dire la stessa cosa riferendoci alla seconda esigenza cioè il rendimento in qualsiasi condizione di mercato. Vediamo cosa è successo nei fatti analizzando i migliori  alternativi a 3 anni ed 1 anno ex post.

alt 3 anni

alt tab 3 anni

Come potete vedere dal grafico a 3 anni abbiamo messo a confronto l’indice azionario globale (world all country) con i migliori alternativi all’epoca. Noterete certamente che l’indice azionario internazionale ha avuto una volatilità molto maggiore rispetto a questi fondi analizzati. In alcuni momenti questi fondi hanno protetto l’investitore ma alla fine della fiera questa protezione, minore volatilità è stata ottenuta a scapito del rendimento. Se osservate la tabella della performance a 3 anni vedrete come su 14 fondi analizzati solo 4 sono usciti con un rendimento positivo a fronte di un indice world a 15,98%.

Stessa analisi può essere riportata ad un anno

alt 1 anno

alt tab 1 anno

E qui ancora una volta vediamo molti segni meno e pochi segni positivi. Su 14 fondi analizzati addirittura solo 3 sono stati in grado di generare ritorni positivi a fronte di un World a +10,32%.

In questi fondi alternativi la gestione attiva del manager deve essere di grande qualità il che è una rarità e soprattutto è difficile prevedere chi sarà il protagonista negli anni a venire. Da questa analisi emerge come il fondo Adagio ed il fondo Global macro siano presenti in entrambe le analisi con rendimenti positivi e dunque che i gestori siano di qualità e capaci. Tuttavia gli studi dimostrano che non c’è persistenza nei fondi. Per cui occorrerà che questi fondi alternativi  occupino una posizione marginale nel portafoglio.

Regalano meno volatilità ma il vero problema è che per guadagnare sui mercati occorre esporsi ai mercati e comprare volatilità. Il tempo ha sempre premiato chi ha investito nell’indice azionario globale ed ha sopportato la volatilità, navigando nei mari in tempesta. In fondo si dice “premio per il rischio” per questo motivo riferendosi al rendimento di una attività rischiosa rispetto al tasso free risk.

E allora sembra che questa nuova moda degli alternativi sia piuttosto un alternativa al rendimento !

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Panta rei e trading system

Era il 400 circa a.C. quando un filosofo del tempo chiamato Eraclito nella Grecia antica utilizzo queste due parole scritte in greco nel trattato Sulla natura per descrivere il mutare, il divenire. La morale di Panta rei è quella di vedere il mondo come un cambiamento continuo in cui si alternano momenti di felicità e dolore ma sempre come stati d’animo passeggeri. Nulla dura per sempre e tutto scorre, come l’acqua del fiume. Nulla di più vero soprattutto se ricondotto alle vicende italiane di questi giorni. Eppure rischiamo di focalizzarci sugli eventi del momento e pensiamo che siano destinati a permanere nel tempo anzichè mutare. Tendiamo ad esempio ad osservare il presente con i specchietti retrovisori non immaginandolo per quello che è ovvero un fotogramma di una sequenza di immagini che variano.

Per questo da tempo mi sono concentrato sullo studio dei trend di mercato attraverso l’analisi dei principali indici mondiali rappresentativi dei mercati. Lo sforzo è capire in quale direzione stanno andando gli indici estraendomi dai rumori del quotidiano ed utilizzare queste informazioni per sovrappesare e sottopesare le varie asset class.

Per ritornare all’esempio filosofico  fatto precedentemente significa  avere consapevolezza che tutto muta e proprio per questo utilizzare una metodologia che mi faccia capire come muta un indice o una asset class e che fare.

Facciamo, dunque, la nostra consueta analisi dei mercati azionari attraverso l’utilizzo di medie mobili ottimizzate e partiamo dall’indice americano negli ultimi 5 anni.

Le considerazioni che potremmo fare sarebbero infinite (è caro, non è caro, etc..) ma come saprà chi mi segue non mi interessa fare chiacchere inutili ma sapere se il trend è ancora rialzista. Il trend dell’indice S&P500 continua ad essere rialzista.

Passiamo ad analizzare l’Europa attraverso il capitano dei mercati europei ovvero lo Stoxx600.

Come vedete dal grafico l’indice europeo rimane a livelli inferiori al 2015 e dopo un debolissimo falso segnale di vendita nei primi mesi dell’anno ora mostra nuovamente una ripresa del trend rialzista.

Semaforo verde ancora anche per i mercati emergenti come dal grafico qui sotto. Il grafico segnala debolezza del trend tuttavia però per ora rimane l’impostazione rialzista.

Stesso discorso per il mercato giapponese che continua a mostrare un buon trend rialzista.

Ora a proposito del tutto muta e dell’utilità di studiare i trend attraverso sistemi quantitativi vi mostro l’indice delle materie prime negli ultimi 5 anni. Dopo un forte crollo, evitato grazie al segnale di uscita scattato per l’inversione del trend di medio periodo e dopo un falso segnale dell’anno scorso, ora il mercato da mesi (novembre) è finalmente  in trend rialzista e sta prendendo forza.

Che sia l’alba per un rialzo duraturo delle materie prime innescato da politiche monetarie e fiscali (USA) ultra espansive  ? Lo vedremo facendo l’analisi dei trend ed accettandone il risultato senza rumori di fondo o incertezze.

 

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Cosa vorrebbe sentirsi dire il risparmiatore

Scrivo sempre per raccontare qualcosa di attuale che possa essere informativo, educativo e creare spunti di riflessione. Scrivo da un punto di vista privilegiato, essendo a contatto quotidianamente con persone molto diverse ed apparentemente con pochi punti di contatto ma che se analizzati nel loro insieme hanno molto in comune. Mettendomi dall’altra parte della scrivania a volte immagino di essere intervistato e a volte ….mi sento parte dell’uomo della strada con la parte emotiva del cervello che prende il sopravvento sulla parte razionale.

Ciò succede perchè l’ “homo oeconomicus” non esiste e dunque le nostre decisioni il più delle volte non sono razionali. Ma quindi come ragiona l’investitore e cosa chiede ? Ciò che chiede esiste in finanza oggi ? Chiede cose fuori dal mondo o cose ragionevoli ?

Veniamo al dunque e parliamo di cosa chiede il risparmiatore da un investimento sulla base dell’evidenza empirica:

Il tasso !

Intendendo con il tasso un rendimento dai propri soldi ritenuto soddisfacente e quantificabile tra il 3% ed il 5% annuo. Ovviamente certo e senza vincoli di durata !

Questa richiesta è ragionevole ?  Ma sopratutto oggi esiste ?

 

Dalla tabella sopra appare evidente come i rendimenti fino a 2 anni per i maggiori paesi al mondo siano compresi tra lo -0,62% della Germania all’8,60% del Brasile. Vale a dire che il tasso di interesse annuo lordo a 2 anni in euro al netto della ritenuta fiscale e del bollo è zero nelle migliori delle ipotesi. Salvo poi investire in paesi quali il Brasile in valuta domestica e pregare che vada tutto per il verso giusto sopportando rischio emittente e valuta. Ma anche evitando il rischio Brasile siamo così sicuri che investire in governativi europei quali Italia, Spagna ci metta al riparo da rischi ? Certamente in Euro non ho il rischio cambio ma quanto al rischio emittente non possiamo mettere la mano sul fuoco visti i precedenti  Grecia.

Dunque quello che stanno chiedendo i risparmiatori oggi non solo non è possibile ma è anche irragionevole. Con questo non voglio dire che essi non devono fare il loro lavoro ma la mia categoria professionale non può accondiscendere alla mera richiesta tasso.

Il rischio è infatti quello di staccare al cliente il tasso promesso prendendolo dal capitale e dunque quello di uccidere la pecora e conseguentemente di non poterla più tosare ogni anno per prendere la lana. Solo prendendo dei rischi sulle valute, durate ed emittenti oggi è possibile rincorrere quel sogno sulla parte obbligazionaria. Ma allora quali richieste sarebbero ragionevoli ?

Per cercare di spiegare cosa dovrebbero chiedere ai propri consulenti e ciò che essi potrebbero fare, vi parlo della piramide di Abrahm Maslow (psicologo 1908-1970) adattata e prestata alla finanza. Maslow concepì una piramide suddivisa in 5 livelli con alla base i bisogni fisiologici e primordiali, come ad esempio il mangiare o dormire. Man mano che vengono soddisfatti i bisogni all’interno di un livello della piramide, si passa a cercare di soddisfare quelli appartenenti al livello superiore.

Possiamo trasformare questi bisogni fisiologici in bisogni finanziari in questo modo

E allora avremo alla base il bisogno di protezione (casa, morte, invalidità, perdita lavoro, debito residuo etc) che deve essere soddisfatto con specifici strumenti finanziari/assicurativi. Poi avremo lo strato della liquidità che potrà essere rappresentato dagli strumenti finanziari a vista o a breve termine (c/c, conti deposito,  etc). Liquidità per le spese correnti o per  progetti a brevissimo termine. Al gradino successivo troviamo la necessità di avere una riserva che va a coprire spese impreviste che possono sopraggiungere improvvisamente. Questa parte deve essere gestita con strumenti finanziari liquidabili immediatamente e dunque facenti parte del mercato monetario (obbligazioni a breve termine, tasso variabile etc). Ancora più in alto troviamo i due strati su cui un consulente finanziario può e vorrebbe lavorare di più ma ahime sono spesso i due strati meno ampli. Si tratta della necessità di investimento. Parliamo di quella parte della nostra disponibilità che non ci servirà per n anni e che sarà destinata a progetti ed esigenze di lungo termine quali, previdenza, seconda casa e così via. Questa parte dovrebbe essere investita a livello globale con una prevalenza del comparto azionario con strumenti e modalità specifiche. Ma veniamo all’extra rendimento ovvero alla punta della piramide. A questa parte solitamente si destinano poche risorse poichè è la parte del proprio patrimonio più speculativa, quella attraverso la quale cerco di realizzare un extra rendimento con la consapevolezza che potrei anche realizzare una maxi  perdita sull’investito.

L’ampiezza dei vari strati può essere più o meno estesa in base al proprio profilo di rischio.

Forse sono discorsi noiosi che non interessano ed incuriosiscono la gente come il tasso di interesse ma porterebbero un pò di ordine nei portafogli e sposterebbero l’attenzione da una chimera alla pianificazione finanziaria.

 

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Avevo ragione ?

Era il lontano 1999 quando mi apprestavo ad affrontare una sala di un centinaio di persone bramose di sapere dove investire il proprio denaro in un momento “particolare” (al momento sembrano tutti particolari ma a posteriori sembrano tutti uguali…). Il momento era quello in cui tutto sembra che possa andare per il verso giusto e tradotto in finanza significa che c’era un vento favorevole e si dice che…quando il vento tira forte anche i tacchini volano…

E fu proprio così, per tutto il 1999 e parte del 2000 i mercati azionari di tutto il mondo salirono aggiornando sempre nuovi massimi in una euforia collettiva via via crescente. La rivoluzione tecnologica era partita da poco ma si leggeva ovunque di investitori diventati milionari dopo aver investito pochi soldi in una azienda partita in un garage. Improvvisamente pareva ridicolo e sciocco investire nel reddito fisso, che allora, sulla durata decennale statunitense offriva un “misero” 5% ” lordo annualizzato. I flussi di denaro sul mercato azionario che già erano importanti aumentarono esponenzialmente. Se c’è una festa, perchè non partecipare ?

Gli “esperti” cominciarono dunque a consigliare sempre più equity (azioni)  nei portafogli giustificandolo con il fatto che gli utili della new economy sarebbero stati copiosi negli anni a venire e che i prezzi che c’erano sul mercato azionario erano fair (giusti) in relazione agli utili attesi. Il mondo sarebbe andato incontro ad una rivoluzione che avrebbe portato maggiore produttività, libertà, condivisione e ricchezza. Un maggiore benessere costruito attraverso internet e l’innovazione tecnologica che si stava vivendo. In quella riunione io parlai del perchè investire in azioni e fui preceduto da un signore dell’ufficio titoli dell’allora Bipop che consigliò l’asset ideale: 80% e 20%. Era stato lapidario; visto quello che stava accadendo, con un’ottica di medio lungo termine il portafoglio di ognuno di noi a cui non sarebbero serviti i soldi per 5 anni, avrebbe dovuto essere investito 80% azionario e 20% reddito fisso.

Sinceramente, condividevo quel punto di vista, avendo studiato lungamente il mercato finanziario sui libri di scuola analizzandone i dati in maniera oggettiva. Sì, mi dicevo, il mercato azionario è sempre stato vincente sulle altre asset nel lungo termine, è vero  e dunque se una persona non ha necessità del denaro nel breve perchè investire diversamente ? Ovviamente la mia preparazione era scolastica e non avevo ancora ben compreso le dinamiche che si sviluppano tra cliente e consulente quando i mercati scendono e di quanto avesse dovuto essere lungo il periodo. Comunque, da quel momento, il mercato azionario iniziò un declino nemmeno tanto lento che terminò nel marzo 2003 con un -50% circa sulla parte azionaria. Scoprimmo tutti, nostro malgrado, quanto poteva essere doloroso investire in azioni senza avere la consapevolezza necessaria. Infatti l’analisi empirica ci dice che su un periodo che va dal 1802 al 1997 le azioni sono indubbiamente più rischiose nel breve termine delle obbligazioni e questa rischiosità si riduce nel lungo termine. Infatti la volatilità del risultato finale di un investimento azionario si riduce all’aumentare dell’orizzonte temporale di detenzione del portafoglio. Snocciolando i dati possiamo affermare che nel periodo preso in considerazione le azioni hanno battuto le obbligazioni in base al periodo di mantenimento dell’investimento nelle seguenti percentuali:

stock

La rilevazione empirica è stata effettuata su dati della borsa americana ma si potrebbe ribaltare sull’indice world (pur non avendo dati così profondi) ottenendo gli stessi risultati. Dalla tabella si evince che mantenendo l’investimento azionario dal 1871 al 1996 per un anno rolling avrei avuto un 60% di probabilità di battere il rendimento dei titoli di stato a lungo termine ed il 65% di probabilità di battere i Bot USA. Su un orizzonte temporale di 5 anni avrei avuto storicamente un 76% di probabilità di battere il rendimento di un Bot USA e su 10 anni un 85% di probabilità. Ritornando al punto di partenza, ciò che non era stato detto agli investitori in quella riunione è che pur avendo una buona probabilità di battere il reddito fisso in 5 anni (e non la certezza) c’era anche un 25% statistico di probabilità di non farcela su quell’orizzonte temporale. E come sempre succede in questi casi tutti coloro che entrarono nel 2000 capirono sulla propria pelle il significato di quello che sto dicendo. A posteriori, divertiamoci a guardare cosa è successo da quella riunione a quell’investitore che avesse ascoltato la raccomandazione 80 20.

performance

Tutti coloro che sono entrati sui mercati azionari nel 1999/2000 (esempio specifico 01 gennaio 2000)  ad oggi dopo 17 anni sarebbero rientrati in quella percentuale di perdenti contro reddito fisso con un indice world che ad oggi ha messo a segno un 1,43% annualizzato. Vedremo cosa accadrà dopo 20 anni ma per ora su questo orizzonte temporale gli investitori che hanno comprato sul picco sono rientrati in quel 10% dei casi possibili negativi dal 1871 al 1996. Guardiamolo graficamente:

rendimenti

In questo grafico appare evidente come chi fosse entrato nel 2000, nel 2014 non solo aveva avuto risultati inferiori al reddito fisso ma addirittura non aveva recuperato il capitale investito !

Che lezione possiamo trarre da tutto questo:

sicuramente che occorre sapere che non esistono investimenti che hanno la certezza di offriti rendimenti reali certi e fissi negli anni ma esistono investimenti come quelli azionari che hanno ottime probabilità statisticamente di battere altri investimenti su diversi orizzonti temporali. Maggiore è l’orizzonte temporale maggiore sarà la probabilità di uscirne vincenti.

sicuramente che nel lungo termine siamo tutti morti e dunque questo lungo termine non può essere troppo lungo anche nel caso poco probabile di un cattivo momento di entrata  e occorre quindi utilizzare metodi che ci consentano di evitare di stare sul mercato a fare la fine della rana bollita quando il trend primario è negativo

sicuramente che non bisogna mai ascoltare gli “esperti”

 

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Perchè pagare un consulente finanziario

Poco tempo fa leggevo un articolo del sole24ore in cui il giornalista commentava la consueta indagine annuale della Consob sugli investimenti finanziari delle famiglie italiane, e ancora una volta emerge la scarsa cultura finanziaria. Fatto non certo nuovo, occupando da tempo gli ultimi posti della classifica dei paesi più acculturati finanziariamente, ma l’indagine rivela anche altri aspetti inquietanti. Gli Italiani continuano a comprare strumenti finanziari in maniera inconsapevole cioè senza le competenze necessarie e tendono a sopravvalutare le loro capacità nella maggioranza dei casi. Questo risulta evidente quando si scopre che il 59% degli italiani dice di preferire una composizione di portafoglio prevalentemente azionaria perchè considera le azioni meno rischiose delle obbligazioni !

Le famiglie che hanno scarsa fiducia negli strumenti finanziari offerti dalle banche, tendono a detenere i loro risparmi liquidi ottenendo rendimenti zero o addirittura negativi. Sembra, dal rapporto, che la maggioranza dei risparmiatori tenda a preferire il “fai da te” e solo una minoranza si affida a professionisti. Eppure l’indagine rivela che argomenti come rapporto rischio/rendimento e diversificazione sono poco noti tra i risparmiatori evidenziando, dunque, una grande necessità di consulenza. Ma anche tra quelli che si affidano ad un consulente finanziario o intermediario emerge un 45% che non sa come venga pagato il proprio consulente/intermediario e un 37% che pensa che la consulenza finanziaria ricevuta dagli intermediari/consulenti finanziari sia addirittura gratuita !

Cominciamo a sfatare questo mito !  la consulenza si paga e questo non vale solo per il settore finanziario ma per tutti i settori. Nessun professionista chiamato “consulente” lavora ed offre la sua professionalità senza essere pagato. La colpa di tale credenza è comunque anche degli intermediari che hanno fatto credere per anni ai risparmiatori che investire denaro non richiedeva competenze particolari, bastava sapere che tasso si voleva e la scadenza, ed il gioco era fatto. Spesso il tasso offerto dalle banche a cui si prestavano i soldi era inferiore a quello dello stato…ma in mercati inefficienti succede anche questo come succede che strumenti a bassa qualità e costosi siano presenti massicciamente nei portafogli delle famiglie. L’informazione sarebbe la prima risorsa per difendersi da coloro che ci vogliono raggirare.

Cominciamo col dire quando non dovreste pagare un consulente finanziario:

  • quando non vi ascolta
  • quando antepone i propri interessi a quelli vostri
  • quando vi da le “dritte”
  • quando vende prodotti
  • quando non esplicita il costo degli strumenti utilizzati
  • quando non evidenzia pro e contro di ogni soluzione d’investimento ma solo i pro
  • quando non vi chiede quanto siete disposti a perdere per esplicitare il grado di rischio
  • quando non utilizza parametri oggettivi per valutare il mercato e la qualità degli strumenti
  • quando ha sempre ragione

Ascoltare bene l’investitore è il primo tassello di una buona consulenza. Solamente ascoltando per davvero possiamo cercare di capire cosa ci chiede il risparmiatore che spesso non ha competenze, è vero, ma sa bene cosa desidera dai suoi risparmi. Fare gli interessi del cliente significa porsi la seguente domanda: “io farei la stessa cosa se fossi seduto al suo posto ?”

La “dritta” giusta è quel Santo Graal che tutti cercano ma che non esiste ! Esistono raccomandazioni che a volte possono essere azzeccate ed a volte meno fortunate fino ad essere rovinose. Solo una pianificazione razionale, metodica e basata su studi teorici ed empirici può condurre nel tempo al risultato sperato !

Lo strumento o il prodotto deve essere sempre adeguato, appropriato e coerente con la situazione patrimoniale dell’investitore ed il suo costo esplicitato ed equo se paragonato ai suoi competitors sostituti. Spesso le soluzioni d’investimento hanno due facce della stessa medaglia e non è corretto guardarne una sola.

Il rischio…questo termine che a molti oggi può suonare familiare ma che pochi conoscono davvero. Spiegare il rischio in maniera semplice e comprensibile significa dare dei valori di perdita massima ben definiti su orizzonti temporali altrettanto definiti.

Costruire un portafoglio efficiente non può prescindere dall’utilizzare dei modelli universalmente riconosciuti. Modelli che andranno messi in campo sia per l’asset allocation (che nel lungo termine 10 anni è determinante per il 95% sul risultato) che per il timing (importantissimo nel breve termine). E’ inoltre ben noto che i gestori, quando utilizzati, vadano scelti in base ai rating assegnati ma anche monitorati in quanto c’è un’amplia letteratura sulla non persistenza della loro qualità nel lungo termine.

Beh, sull’ultimo punto si potrebbe disquisire ore….ma  è un atteggiamento di cui molti vanno persino fieri, come se fosse una dimostrazione di valore e di forza mentale, ma che  a mio modo di vedere produce molti danni. Il principale è quello di chiudere il dialogo con il nostro interlocutore che, non dimentichiamoci, è colui che ci paga !

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E’ il mercato sopravvalutato ?

Se mi leggete sapete come la penso sui mercati azionari cioè che il trend è nostro amico e dunque sarà solo seguendo lui che sapremo se investire nell’equity o no. Ed in questo momento, il trend di medio lungo sul mercato azionario globale è rialzista. Ma questo significa che l’asset di un cliente propenso ad accettare il rischio e con un orizzonte lungo debba essere interamente investito nell’equity in questo momento ? Per darci una risposta potremmo chiederci se il mercato è equamente valutato !
Certo direte voi, ma come facciamo a saperlo ? In realtà vi dico sempre che affidarsi agli sciamani può produrre brutte sorprese e non ho cambiato idea in proposito ma un aiuto potrebbe arrivare dall’analisi fondamentale applicata ai mercati azionari. Senza addentrarci troppo in questa materia, potremmo dire che l’analisi fondamentale applicata al mercato azionario ci aiuta a determinare il suo valore intrinseco o fair value. Benjamin Graham è considerato il padre indiscusso del value investing ovvero di investire scegliendo i fondamentali dei titoli. Uno dei principali indicatori utilizzati nella disciplina è il rapporto prezzo/utile che esprime quante volte pago gli utili di una azienda. Questo rapporto mi dice anche quanti anni mi occorrono per rientrare dell’investimento, quando inizierò a guadagnare dall’investimento fatto e in altre parole il tempo necessario perchè gli utili siano uguali al prezzo dell’azione. Chiaramente più il rapporto è basso e migliore è la posizione dell’investitore in prospettiva. Qui sotto potete vedere un modello basato sui P/E utilizzato da Robert Shiller  premio nobel per l’economia nel 2013 per i suoi studi per le sue analisi empiriche sui prezzi delle attività finanziarie. Ha inventato il ciclically adjusted price earning che utilizza la media degli utili degli ultimi 10 anni, dato meno volatile e più affidabile. Qui sotto potete vedere un grafico del mercato principale al mondo e di quello su cui abbiamo più dati ovvero S&P500 della borsa americana. Il grafico mostra con il tratto in neretto il suo andamento dal 1871 ad oggi con una retta di regressione esponenziale. La direzione del mercato è, nel tempo, chiaramente rialzista ma come potete vedere, a volte l’indice è stato sopra la retta ed a volte sotto la retta. Si tratta del concetto per cui l’indice nel tempo tende a seguire questa retta e dunque può stare sopra o sotto per del tempo ma alla fine ritorna in media. La parte più interessante dell’immagine è quindi il rapporto prezzo utile dell’indice calcolato con il metodo di Shiller. Come possiamo vedere tale rapporto si è mosso da un minimo segnato nel 1920 di 4,8 ad un massimo segnato nel 2000 con un 44,2. Solo prendendo questi due esempi estremi possiamo renderci conto dell’utilità di questo indicatore. Infatti nel 1920 è iniziato (come potete vedere il grafico sopra) un rally del mercato azionario americano che ha portato l’indice S&P 500 da 6,50 a 31,30 nel settembre del 1929. Un rendimento stratosferico dell’indice rispetto alla sua media storica del 7% annuo in termini reali. Possiamo dire che nei 5 e 10 anni successivi al 1920 il rendimento dell’s&p 500 è stato magnificamente superiore alla media storica ovvero si è registrato un extra rendimento. Guardiamo l’altro esempio che ci pone dal lato opposto ovvero quando il P/E 10 si è portato a 44,2 nel 2000. In quella data l’indice s&P 500 era a 1552 punti,   5 anni dopo a 1229 e 10 anni dopo a 1180 !

Chi avesse investito in quell’anno con un P/E10 così alto dopo 10 anni non avrebbe raccolto nulla ma sarebbe stato in attesa ancora qualche anno prima di raccogliere i frutti. Ma allora dopo tutta questa premessa che fare ora ?

Ritorniamo alle mia prefazione in cui dico che, fermo restando la conoscenza del cliente, la sua propensione al rischio e le sue esigenze,  occorre sapere dove siamo per decidere se sottopesare l’equity o sovrappesarlo. La maggioranza delle persone investono vedendo solo bianco e nero e alle stesse piace sapere se deve avere azioni o no. Purtroppo non è possibile, salvo facendo grandi errori, essere dentro totalmente o fuori totalmente perchè non è possibile prevedere i mercati.  Ma per un buon consulente è necessario sapere che se ad esempio ho un profilo prudente con un 20% di azionario internazionale in questo momento con un rapporto PE10 a 30, e dunque superiore alla sua media storica, lo tengo al 10%. Cioè sottopeso il portafoglio sulla parte equity. Perchè non la elimino, direte voi, sapendo che il mercato con buona probabilità è sopravvalutato ?

Perchè la sotto/sopra valutazione del mercato, come insegna la storia, potrebbe potrarsi nel tempo ( come è accadduto dal 1995 al 2000 e dunque stare completamente fuori potrebbe arrecarmi dei danni in termini di mancata performance. Sarà il trading system che uso ad indicarmi invece quando il trend di medio lungo periodo si deteriora ed il mercato sta invertendo e diventando orso. In quel momento quindi intervengo radicalmente riducendo l’equity. Quindi oggi sottopeso il portafoglio rispetto a quello che dovrei avere nell’equity e domani, quando il trading system ci darà i segnali di uscita riduco l’esposizione drasticamente fino a nuovo segnale di entrata.

Abbiamo così parlato di un altro strumento nella nostra cassetta degli attrezzi che si rivela utile per fare delle scelte consapevoli. So che molti di voi non amano usare gli “attrezzi”  ed è per questo che mi propongo io come vostro artigiano.

 

 

 

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