Consapevolezza

Facile svegliarsi in una mattina di marzo 2024, aprire il proprio portafoglio azionario, leggere qualche notizia, sorseggiando un pò di caffè e… sorridere di qualche post scritto e diffuso da qualche economista di grido magari anche premio nobel, che aveva previsto un crollo del mercato azionario. Facile dopo uno dei maggiori mercati toro della storia tuttora in corso, ma chissà se il baldanzoso investitore è davvero consapevole del rischio che corre chi investe in azioni. Chissà se lo conosce davvero in tutte le sue sfacettature. Chissà se pensa, addirittura, che possa esistere del rischio nell’investimento azionario.

Bene, partiremo da qui, in questo mio articolo, dal significato di rischio per un investitore in azioni. Sento e leggo sempre più spesso di investitori fai da te che seguono “fin influenzer” che informano, ovviamente in modo assolutamente indipendente, i loro followers sulle opportunità offerte da mercato azionario.

Ma il rischio esiste? Se si, di cosa si tratta nella pratica? Ha una sola faccia ovvero il guadagno potenziale?

Sono pochissimi gli investitori che si fanno queste domande. Considero il farsi delle domande uno degli aspetti più importanti per la sopravvivenza di un investitore. Nell’antica grecia l’oracolo di delfi, era un luogo dove la gente proveniente da tutto il mondo antico andava a fare domande pubbliche e private, e serviva non in ragione delle risposte che dava ma delle questioni che la gente si poneva. Il farsi delle domande aiuta se stessi, prima di tutto, consentendoci di approfondire le questioni per cercare di capire.

Spesso, l’unica domanda che si pone l’investitore è quanto rende? C’è qualcosa che rende di più?

Ed io rispondo che il rendimento è solo una faccia della medaglia poichè dall’altra parte c’è il rischio che potrebbe assomigliare al viaggio che dovrò affrontare partendo dall’inferno, passando per il purgatorio per arrivare finalmente in paradiso. Sei in grado di fare questo viaggio da solo? Sei preparato fisicamente e spiritualmente?

Ma riprendiamo il nostro racconto…

Più difficile svegliarsi una mattina di giugno 2007 e controllare il portfolio investimenti, costruito su suggerimeto del cugino, comprando l’indice principale del listino americano l’S&P500 nel marzo del 2000.

Sono passati 7 anni ed il risultato ottenuto è stato molto deludente. I 100.000 euro investiti sono appena 115.983 con un ritorno annuo del 2,12% al lordo delle tasse se si realizza. Inoltre a dire il vero, in termini reali, (al netto dell’inflazione) sarebbero 95.903 euro. Se avessi investito nel reddito fisso USA, i miei 100.000 euro, sarebbero diventati 124.829 euro, con un rendimento lordo annuo del 4,87%. Ciliegina sulla torta, max drawdown -44,82% a fine 2003.

La sopportazione e la pazienza cominciano ad essere al limite, ma improvvisamete mi ricordo che è accaduto un evento raro ed estremo (Attentato alle due torri). Per cui, non avendo un consulente con cui prendermela e ancor peggio dover pagare, decido di avere ancora pazienza. Del resto, mio cugino mi aveva detto, che avrei dovuto avere pazienza, e che le azioni pagano nel lungo termine, così, anche confortato dai recenti recuperi decido di rimanere investito ed essere fiducioso.

Decido quindi di archiviare la questione e focalizzarmi sul proprio lavoro cercando di non pensare e soprattutto non guardare l’investimento, spostando l’orizzonte della verifica in avanti.

Marzo 2010…, sempre davanti ad una bella tazza di caffè, decido che è ora di fare i conti e tirare la riga, in fondo di pazienza ne ho avuta…e controllo il valore del portafoglio costituito dalle prime 500 aziende americane, le stesse che, a detta di suo cugino, avrebbero dovuto arricchirlo.

Mai un caffè sarebbe stato più amaro, della constatazione che i 100.000 euro investiti nel marzo 2000 erano ancora 101.968 euro con un rendimento annuo lordo (delle tasse) dello 0,19%. Con un max drawdown sopportato nel periodo del 50,97%!

E che dire del potere di acquisto dei miei 100.000 euro iniziali? Beh, in termini reali sarebbero 79.558 euro. Comincio a chiedermi cosa mai ho fatto di male nella mia vita per dover sopportare tutto questo ma soprattutto, comincio a pensare al costo opportunità, ovvero a che rendimento free risk ho rinunciato con la promessa di un premio per il rischio.

Nell stesso periodo (2000-2010) un investimento in governativi usa lungo termine avrebbe prodotto un montante lordo di tasse di 198.040 euro con un rendimento annuo lordo del 7,01%. Massima perdita subita nel periodo 12,05%. E in termini reali?

In termini reali, dunque aggiustato per l’inflazione, avrebbe avuto un montante di 154.418 euro. Non solo dunque, attraverso l’investimento in reddito fisso, avrei ottenuto un guadagno in termini nominali superiore ma avrei accresciuto il potere di acquisto dei miei 100.000 iniziali di ben 54.418 euro.

Può essere abbastanza, quel poco di fiducia nel sistema economico che avevo nel check del 2007, si è completamente sgretolato alla luce degli ultimi eventi (crack leman brothers) che piuttosto che cigni neri cominciano ad assumere le sembianze di cigni bianchi. Basta!

Decido di cambiare corsia, disinvesto e d’ora in poi investirò solo nel reddito fisso.

Siamo ad a aprile 2024, nuovo check davanti al caffè. I miei 101.968 euro lordi reinvestiti nel 2010 finalmente sono cresciuti e hanno generato un montante lordo di 151.830 euro pari ad un rendimento lordo annuo del 2,87%. Il nostro investiore è fiero di avere trovato, finalmente, la giusta strada e di aver smesso di soffrire. Si da una pacca sulle spalle e si autocongratula per la scelta.

Ma ad un occhio più attento non sfugge che in termini reali in realtà i suoi 101.968 oggi sarebbero 105.482. Il male oscuro dell’inflazione ha fatto il suo compito. Praticamente, il nostro investitore, ha mantenuto invariato il potere di acquisto ma non ha generato ricchezza aggiuntiva.

Facciamo un recap partendo dall’inizio della storia. La domanda che ci eravamo posti era chissà se l’investitore medio oggi pensa che ci sia del rischio nell’investimento azionario e se ne è consapevole.Questa breve storia ci aiuta a capire che il rischio non è semplicemente la dispersione di rendimenti dalla sua media su un dato orizzonte temporale, non è solo il max drawdown ma è rappresentato dalla possibilità, neanche così remota, che le notizie dei social, dei media, gli stessi giudizi dei nostri amici e ancor peggio dei nostri familiari possano influenzare le nostre decisioni di investimento. parliamo della possibilità, che di fronte a perdite a doppia cifra dell’investito, mettiamo in discussione il motvo per cui avevamo fatto quell’investimento. Questo è i vero rischio, quello di non riuscire a tenere la barra dritta, in periodi anche lunghi in cui accade l’imprevedibile, non riuscire ad attraversare le fiamme dell’inferno per potersi godere il premio atteso, quello di mollare pechè tutti mollano. Il rischio, in definitiva, di non essere più investito quando la pioggia finirà e tornerà il sole!

Ora, questo breve racconto, vuole riportare l’attenzione sul profilo di rischio di ciascuno di noi, che deve essere tarato sulla capacità che ognuno di noi ha, di fare o meno questo viaggio che potrebbe anche essere più lungo e faticoso che mai. Sul cercare soluzioni, come l’investimento graduale, ad esempio, che possano rendere il viaggio più confortevole.

Ma se pianifichiamo bene il viaggio, prima di partire, andrà tutto bene!

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Growth o Value?

Prima di tutto partiamo dal perché ci occupiamo di questo argomento.

Perché quando investiamo in titoli azionari potremmo pensare di acquistarli tutti attraverso un indice globale o selezionarne solo alcuni. Ma come fare la selezione?

Beh, potremmo fare selezione utilizzando come discriminante l’area geografica, il settore, la size oppure dividendo l’universo dei titoli tra quelli value e quelli growth.

Ma cosa significa?

I titoli growth sono quelli di società che si ritiene abbiano il potenziale per sovraperformare il mercato complessivo nel tempo grazie al loro potenziale futuro.

I titoli value invece sono classificati come società che attualmente vengono scambiate al di sotto del loro valore reale (contabile) e proprio per questo forniranno quindi un rendimento superiore.

Ma quale è la è migliore scelta?

La performance storica comparata di questi due sottosettori ci darà le risposte che cerchiamo.

La questione se sia migliore una strategia azionaria growth o value, deve essere valutata nel contesto dell’orizzonte temporale e del rischio dell’investitore.

Le azioni value sono solitamente società più grandi e consolidate che vengono scambiate al di sotto del prezzo che gli analisti ritengono che valgano le azioni (valore contabile).

Ma le azioni possono essere sottovalutate per molte ragioni. In alcuni casi, la percezione pubblica spingerà il prezzo verso il basso, ad esempio se una figura importante dell’azienda viene coinvolta in uno scandalo personale o se l’azienda fa qualcosa di non etico. Ma se i dati finanziari della società sono ancora relativamente solidi, allora chi cerca valore potrebbe vederlo come un punto di ingresso ideale, perché immaginiamo che il pubblico dimenticherà presto qualunque cosa sia accaduta e il prezzo salirà fino a dove dovrebbe essere.

Le azioni value vengono generalmente scambiate con uno sconto rispetto al prezzo/utili (P/E), al valore contabile o ai rapporti di flusso di cassa. Naturalmente, nessuna delle due categorie è sempre adeguata per classificare tutti i titoli, il che significa che alcuni titoli possono essere classificati come una combinazione di queste due categorie e quindi fornirci una nuova categoria definita “blended”.

Si ritiene che le società growth abbiano buone possibilità di una notevole espansione nei prossimi anni, sia perché hanno un prodotto o una linea di prodotti che si prevede venderanno bene, sia perché sembrano essere gestite meglio di molti dei loro concorrenti ed avere quindi un vantaggio su di loro nel loro mercato ma spesso questi titoli growth quotano a multipli eccessivamente alti che incorporano già aspettative di crescita degli utili elevatissime. Ma qualora queste aspettative non dovessero concretizzarsi, assisteremo ad una forte discesa dei prezzi del titolo, rendendo dunque l’investimento estremamente rischioso.

Ma vediamo di rassumere le principali differenze.            

Titoli valueTitoli growth
Prezzo Sottovalutato, con un prezzo inferiore rispetto al mercato più ampio.  Sopravvalutato, con un prezzo superiore rispetto al mercato più ampio  
Bassa crescita degli utili bassi p/eAltra crescita degli utili elevati p/e
Rischio Relativamente stabile con bassa volatilitàRischio elevato con maggiore volatilità
Dividendi Rendimenti da dividendi elevatiRendimenti da dividendi bassi o nulli
Value vs Growth

Quando si tratta di confrontare le performance storiche dei due rispettivi sottosettori azionari, tutti i risultati che possono essere visti devono essere valutati in termini di orizzonte temporale e di quantità di volatilità che possiamo tollerare per raggiungerli.

Si ritiene, almeno teoricamente, che i titoli value abbiano un livello inferiore di rischio e volatilità ad essi associati perché di solito si trovano tra le società più grandi e consolidate. E anche se non tornassero al prezzo target previsto da analisti o investitori, potrebbero comunque offrire una certa crescita del capitale. Un’altra cosa da tenere a mente è che questi titoli spesso pagano anche dividendi.

I titoli growth, nel frattempo, di solito si astengono dal distribuire dividendi e reinvestono gli utili non distribuiti nella società per espandersi. Inoltre la probabilità di perdita per gli investitori con titoli growth può essere maggiore, in particolare se la società non riesce a tenere il passo con le aspettative di crescita.

Ma andiamo a vedere che risultati hanno prodotto le due strategie, e partiremo analizzando due indici globali value e growth per un periodo lungo che va dal 1999 al 2024 e che quindi comprende due delle più grandi recessioni e cadute dei mercati degli ultimi 100 anni.

Dal grafico di cui sopra risulta evidente ad oggi che, sul periodo 1999-2024, la strategia growth ha prevalso sulla value. Analizzando due sottoperiodi 2010-2024 e 1999-2010 potremmo però giungere ad un’altra conclusione.

Sembra infatti, dal grafico 2010-2024, che la sovraperformance dei titoli growth sia partita nel 2016 creando quel gap via via crescente contro value. Ma ciò è stato ottenuto con un maggiore rischio ovvero con una maggiore volatilità.

E nel periodo 1999-2010?

Molti studi condotti su periodi lunghi sottolineano che gli investimenti value hanno sovraperformato lo stile growth. E il grafico di cui sopra supporta questa tesi. Ma guardando i dati più recenti, come mostra la nostra analisi empirica, il Value ha sovraperformato nella prima decade degli anni 2000, ma il growth ha sovraperformato negli ultimi 23 anni. Dobbiamo tenere presente però che i dividendi probabilmente svolgono un ruolo chiave nel favorire la sovraperformance del valore su periodi di tempo più lunghi e stendendo la ricerca indietro al 1926, la strategia value ha avuto numerosi periodi di sovraperformance rispetto alla crescita. Ma nella nostra analisi condotta sul periodo 1999-2024 lo stile growth ha regnato sovrano e nell’ultima decade ha meravigliato facendo arricchire gli investitori disposti a scommettere sulle prospettive di un azienda facendo poco caso al loro valore intrinseco ma chissà se questi sono consapevoli e disposti ad accettare un rischio maggiore.

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Sono obsoleto?

“Trend is your friend”, si dice, ovvero segui la tendenza perchè il mercato è tuo amico. Condivido pienamente questra strategia e chi mi conosce lo sa benissimo. Tuttavia episodi recenti come la pandemia del 2020 con la caduta del mkt a coltello in un lasso di tempo strettissimo, ci hanno ricordato che queste strategie di posizionamento sui mercati vanno maneggiate con cura, poichè la loro efficacia dipende dalla volatilità dei mkt. Infatti mentre evitiamo sempre il “rischio rovina”, in periodi in cui il trend non è ben definito ed il mercato volatile, abbiamo molto “rumore” e frequenti in/out che riducono la performance. Per cui fare timing sul mercato seguendo una metodologia chiara quantitativa è certamente fondamentale ma affiancare anche indicatori di analisi fondamentale è altrettanto importante.

Se guardiamo il grafico dello S&P500 qui sotto con il trading system basato sull’incrocio delle medie mobili corte e lunghe vediamo che il trend oggi è rialzista.

A partire dal 2020 abbiamo avuto 4 segnali. Una uscita ed un rientro a prezzi superiori nel 2020. Un segnale di uscita nel 2022 ed un segnale di rientro nel 2023 esattamente a fine aprile. Questa strategia quantitativa basata sull’incrocio delle medie mobili esponenziali avrebbe generato il maggiore valore nel 2021. Ora da aprile 2023, nonostante una correzzione importante nel recente periodo estivo il semaforo è verde. E’ sufficiente questa analisi per sovrappesare i portafogli sull’equity? Ma soprattutto è sufficiente per sovrappesare gli USA comprando S&P500?

Secondo me no. Il trading system sul grafico dello S&P500 ci da una valutazione positiva ma se andiamo a vedere altri due aspetti, forse potremmo essere tentati di assumere un atteggiamento più cauto.

Il grafico di cui sopra mostra il cape, meglio conosciuto come Shiller P/E Ratio, ideato dal premio Nobel Rober Shiller nel 2013. L’indicatore misura il rapporto tra i prezzi e la media decennale degli utili al netto dell’inflazione. Nella pratica ci dice quanto stiamo pagando gli utili delle aziende rispetto alla media storica.

L’indice CAPE è utilizzato per prevedere i potenziali utili di una società o indice nei successivi 20 anni. La teoria è che più il valore dell’indice è basso, maggiore è il rendimento delle azioni nei prossimi due decenni mentre le azioni vengono in linea con il loro vero valore. Più il valore dell’indice è elevato, più probabilmente le azioni possono contenere profitti eccessivi, poiché i prezzi delle azioni sono già ‘gonfiati’.

Certamente, questo indicatore, che in questa sede abbiamo analizzato sul listino più importante del mondo ovvero quello USA, staziona a livelli ben superiori alla media storica. Ci sta dicendo che probabilmente stiamo pagando gli utili delle aziende un pò troppo.

L’altro aspetto da considerare è il tasso pagato oggi dal governo statunitense sul proprio debito a 2 anni e 10 anni. Il rendimento che un investitore può ottenere da un investimento in bond governativi USA è competitivo e probabilmente maggiore, se ragioniamo sugli utili attesi, rispetto al rendimento dell’S&P500. Infatti l’alternativa appetibile del free risk governativo oggi, fa gola a molti investitori, ancor più se l’inflazione continua a calare, poichè riescono ad ottenere un rendimento reale privo di rischio che non vedevano da anni. Significa che non appena gli utili dello S&P500 inizieranno a calare, o forse prima, si posizioneranno velocemente sui bond. Nella chart qui sotto possiamo vedere graficamente la differenza tra rendimento rendimento dell’indice azionario (utili e dividendi) e rendimento del bond a 2 e 10 anni. Quando è in territorio negativo significa che il rendimento del bond è maggiore dell’equity.

I due aspetti considerati (cape e differenza rendimento bond/azioni) sono, tra gli altri che prendo in considerazione, due dei più importanti ma potremmo anche analizzarne altri ed arriveremo alla stessa conclusione. L’indice s&p500, che sta trainando tutti i mercati ed è stato il principale contributore di performance del 2023, non è a prezzi ragionevoli e non lo è da tempo. Ma sappiamo anche che i mercati possono rimanere in sopravvalutazione/sottovalutazione per anni prima di tornare alla corretta valutazione. Per cui certamente un piede e più bisogna avercelo negli USA come sull’indice World (composto dal 64% di usa) ma con prudenza e sottopeso in attesa di vedere prezzi più ragionevoli. Per il resto ritengo più di buon senso acquistare anche altri indici azionari nel mondo che al momento sono in trend dal punto di vista tecnico quantitativo con trend rialzisti in corso ma con fondamentali come il cape shiller più vicino alla media storica o addirittura inferiore.

Ultimo ma non meno importante, ricordiamoci, come vediamo dal primo grafico, che l’S&P500 non ha ancora raggiunto i suoi massimi del dicembre 2021 ovvero i 4670 del 31 dicembre 2021. Il superamento di quel masimo sarà certamente un segnale importante di conferma del trend attuale dal punt di vista tecnico.

Torniamo alla domanda provocatoria del titolo “sono obsoleto?”

Non credo di esserlo, leggo tanto e mi affascina la storia dei mercati a cui sono molto interessato e appassionato. Credo piuttosto di essere a conoscenza che multipli di borsa elevati ed in molti casi molto lontani dalla media storica siano un campanello d’allarme ma come diceva Isaac Newton “posso prevedere il il movimento dei corpi celesti ma non la follia della gente”

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Manifesto dell’investitore

E’ scrollando le pagine di un noto social, che mi sono imbattuto in un post estremamente interessante tratto da un libro “The investor’s manifesto” scritto da William J. Bernstein. Scritto dopo la crisi finanziaria del 2008, si tratta di una breve storia del tempo finanziario in cui Bernstein discute la storia della finanza, vale a dire la storia del rischio e del rendimento, del debito e del credito.

Egli suggeriva; “dopo la crisi del 2008, ci riprenderemo e, ancora una volta, gli investitori avranno rendimenti disponibili. Le crisi pongono le basi per rendimenti futuri elevati”

…come di fatto è accaduto.

Ma diceva anche:

“Se non sei disposto a sopportare rischi e perdite nel breve nel tuo portafoglio, avrai bassi rendimenti. La diversificazione (detenzione di azioni, obbligazioni, liquidità e altro) nel tuo portafoglio è un buon modo per aiutare a bilanciare il rischio, ma questo funziona bene solo per anni e decenni, non necessariamente nel breve. Se stai guardando solo settimane e mesi, vedrai rendimenti scarsi.”

Bernstein spiegava che gli investitori saggi, si rendono conto che i rendimenti a lungo termine sono gli unici che contano!

Ho trovato il libro estremamente interessante soprattutto nella parte finale in cui l’autore fornisce una sorta di decalogo del buon investitore i cui punti riassumerò in questo post perché sono estremamente condivisibili ed utili da andare a rileggere ogni volta in cui mettiamo in dubbio le nostre decisioni in tema di investimento.

-Sono un investitore, non sono uno speculatore.

-Non è quanti soldi guadagno che mi deve preoccupare, ma quanti soldi investo, dove li investo e quanti anni li lascio lavorare.

-La pazienza è una virtù per me. Resisto al naturale bias umano di agire.

-Non sono così coraggioso come il mio broker pensa che io sia.

-Per me, prevenire le perdite è più importante della ricerca del guadagno.

-So che se continuo a lavorare sodo e onestamente, otterrò quasi tutto nella vita. Investire non è diverso.

-Non cerco di prevedere il futuro ma cerco sempre di prepararmi a questo.

-So che per fare soldi in azioni, devo avere la visione per vederle, il coraggio di comprarle e la pazienza di tenerle.

-Il mio obiettivo come investitore non è quello di essere il prossimo Warren Buffett, ma di diventare una versione più autentica di me stesso.

-Capisco che sapere ciò che non so è più utile che essere brillante.

-So cosa possiedo e perché lo possiedo.

-So che la leva finanziaria quando combinata con la volatilità del mercato azionario equivale alla dinamite, e quindi mi tengo lontano da essa.

-So che non c’è una strada facile e nel momento in cui credo che ci sia, mi starò assumendo un grande rischio.

-Per me, non esiste una strada per diventare ricchi velocemente. So che per raggiungere il successo come investitore non devo essere brillante, ma solo un po’ più saggio degli altri, in media, per molto, molto tempo.

-So che negli investimenti, devo fare solo poche cose giuste finché non faccio troppe cose sbagliate.

-Ricordo che le parole più pericolose nell’investire sono “questa volta è diverso”.

-Non posso vivere abbastanza a lungo per fare tutti gli errori di investimento da solo. Devo quindi imparare dagli errori degli altri.

-L’umiltà e il coraggio sono la mia più grande risorsa come investitore. Non devo perderli.

-Cerco di mantenere la testa quando gli altri stanno perdendo la loro.

-L’investimento di successo per me è il 99% di temperamento e l’1% di intelligenza.

In conclusione, credo che ognuno di noi, potrebbe migliorarsi nella gestione dei propri investimenti, cercando di applicare queste poche ma sane regole di buon senso.

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Il portafoglio 60/40 risorgerà?

La classica divisione 60/40 tra azioni e obbligazioni è stata un pilastro dei portafogli bilanciati sin da quando il concetto è stato inventato nel 1952. Eppure ora ci poniamo delle domande su questo approccio di investimento tradizionale dopo un a dir poco “difficile” 2022, dal momento che sia le azioni che il reddito fisso sono scesi in tandem.

Tuttavia, tutti noi investitori non dovremmo trascurare le loro credenziali a lungo termine a causa di un solo anno negativo. Le analisi di un ipotetico portafoglio 60/40 ha rivelato che, in un arco di tempo più lungo, le performance sono state costantemente solide, con rendimenti positivi in 15 degli ultimi 20 anni solari.

Si scopre anche che, gli anni solari con risultati negativi, sono generalmente seguiti da anni solari con risultati positivi solidi, riaffermando la convinzione che tutti noi investitori dovremmo prendere in considerazione i portafogli 60/40, anziché esserne eccessivamente preoccupati.

Eppure, a ragione ci mancherebbe, non mancano coloro i quali dopo un 2022 nefasto ed un 2023 in sordina sollevano dubbi sulla validità del portafoglio bilanciato. Complice uno strepitoso recupero delle borse USA e Europa in primis, gli investitori oggi pensano che un portafoglio azionario orientato al lungo termine sia la soluzione migliore. Io non sono tra quelli e credo invece che il portafoglio classico allocato 60% equity e 40% bond non sia da mettere in cantina. E’ il portafoglio che ha garantito rendimenti annui negli ultimi 20 anni vicini a quello di un portafoglio azionario ma con una volatilità inferiore di un terzo mitigata dai bond come posiamo vedere dalla tabella qui sotto che mostra i rendimenti di un portafoglio 60/40 ribilanciato annualmente

Probabilmente l’asset allocation ottimale, in un periodo in cui stiamo vivendo il rialzo dei tassi più consistente e veloce degli ultimi 20 anni accompagnato da una stretta monetaria mai vista in tempi recenti. Difficilmente, infatti, non ci saranno ripercussioni a livello economico che andranno a ridimensionare i multipli di borsa.

Per cui ritengo che, oggi, visti i tassi presenti sui bond, un portafoglio che abbia una componente monetaria, obbligazionaria e equity sia, al di là del risultato di breve, un mezzo ottimo per navigare in questo nuovo contesto monetario ed economico.

Visto il profilo di rischio degli italiani, più conservativo/moderato che dinamico, potremmo dire che la maggioranza delle assett allocation dei portafogli si posiziona oggi tra un 20 e 60% di equity e la parte restante in bond. E allora andiamo a vedere come sono andate queste due soluzioni da gennaio 2022 analizzando i benchmark di riferimento. Partiamo dal grafico 60/40

E il portafoglio benchmark nel 2023 dopo un 2022 negativo per i bond e l’equity

Come possiamo vedere la parte bond ancora non sta salvando il portafoglio ma sta togliendo performance alla parte equity che va a gonfie vele nel 2023 escluso emergenti e asia. Possiamo vedere il fenomeno ancora più accentuato, analizzando la performance di un portafoglio 20/80 che nel 2022 ha fatto veramente male e ben peggio di un portafoglio 100% equity

e nel 2023

Molti investitori, sono tentati di ridurre la parte bond a favore dell’equity, visti gli scarsi risultati complessivi dell’ultimo anno e mezzo dei portafogli, lasciando la fila che si è fermata per quella che scorre veloce ma se razionalizziamo su un portafoglio allocato bond e equity all’inizio del 2022, oggi, dovremmo fare operazioni di ribilanciamento a favore dei bond che hanno performato male per ridurre la rischiosità del portafoglio e riportarla ad un allocazione che rimanga coerente con quella che avevate scelto in funzione dellle vostre esigenze e del vostro carattere. Dopo di che, possiamo fare tutte le considerazioni, per decidere sottopesi o sovrappesi sull’equity di un portafoglio in base agli indicatori di mercato quali ad esempio i fondamentali ma dobbiamo essere consapevoli che, come accaduto in questo 2023, fare timing per prevedere il mercato, nel breve, può avere un costo.

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R.I.T.A., ora non ho più scuse

Oggi usciamo dal tema mercati finanziari per occuparci di previdenza complementare. Certo, meno eccitante ed affascinante dei mercati fiannziari o del tema intelligenza artificiale, ma sicuramente molto più impattante sulla nostra vita. E la dimostrazione di quello che vi dico, è data dal fatto che l’articolo più letto di sempre dall’apertura del mio blog è “abbattere il reddito imponibile con i fondi pensione”

Non ho intenzione di tediarvi con tutti i vantaggi del fondo pensione spiegandoveli nel dettaglio ma forse un piccolo riassunto a punti può essere utile:

-deducibilità fino a 5164,57 euro annuale anche se versati per figli a carico

-bonus giovani con possibilità di dedurre dal reddito contributi eccedenti 5164,57 euro

-tassazione delle plus al 20% anzichè al 26% e esenzione imposta di bollo 0,20%

-tassazione a scadenza dei premi dedotti sia per prestazione in capitale che rendita al 15% riducibile al 9%

-esenzione dalle imposte di successione

Va da se che, la diretta conseguenza dei punti di cui sopra, è considerare un crimine lasciare il TFR in azienda, prchchè quando verrà erogato sarà tassato all’aliquota media degli ultimi 5 anni. Lasciatemi pur dire che è folle sia per l’azienda che per il lavoratore. Entrambi non stanno facendo una scelta razionale e di certo il lavoratore non sta facendo i propri interessi. Sottolineo infatti l’esistenza dell’obbligatorietà nei fondi negoziali del datore di lavoro, di versare una % mensile della busta paga nel fondo pensione, che si perderebbe laddove il TFR fosse lasciato in azienda.

Bene, questi sono solo alcuni dei vantaggi oggettivi fiscali di cui gode il fondo pensione dall’introduzione della normativa, che da soli sarebbero sufficienti a giustificare immediatamente l’adesione di un lavoratore dipendente e di un autonomo ad un fondo pensione negoziale/aperto. In questa sede tralasciamo anche altri vantaggi quali, il differimento d’imposta e conseguente rendimento maggiore rispetto ad un’altra forma d’investimento a parità di rendimento, la facoltà di avere una rendita vitalizia a scadenza che faccia in modo che io non sopravviva ai miei soldi, la possibilità di designare un beneficiario in caso morte prima della prestazione diverso dagli eredi legittimi, impignorabilità ed insequestrabilità. Insomma un potente strumento di pianificazione finanziaria e successoria ma che viene spesso ignorato dai più.

Già, perchè mettersi a tavolino a ragionare sul decreto legge fondi pensione, e approfondire tematiche fiscali, finanziarie e successorie, è noioso. Parlare di quanto potrei guadagnare da un capitale investito da qui ad un anno, magari facendo congetture e ragionando su cifre irrisorie che anche se raddoppiate non farebbero la differenza nella mia vita, è molto più interessante.

Inoltre c’è l’abitudine del pensare “hic et nunc”, qui ed ora rimandando decisioni che potrebbero sembrare complicate, pensando di poter rimediare in qualche modo poi. Ma dimenticando che l’effetto “magia del rendimento composto” funziona solo se abbiamo molto tempo davanti.

Ma forse la resistenza maggiore, è rappresentata dal pensare che al raggiungimento della prestazione di anzianità/vecchiaia erogata dallo stato (con un gap da colmare sempre più amplio), posso accedere al montante fondo pensione solo con erogazione 50% capitale e 50% rendita. E qui gli Italiani non sono avezzi a ragionare in termini di rendita vitaliza perchè poi mi dicono… e se muoio presto ?

Beh rispondo io, c’è lo stesso problema con la pensione pubblica una volta iniziata l’erogazione, ma come per la pensione pubblica c’è anche nel fondo pensione la possibilità di chiedere la reversibilità su un’altra testa ad esempio il coniuge.

E così il governo nel 2018 raccoglie questa preoccupazione degli Italiani che gradiscono il capitale e non la rendita…e va dritto alla risoluzione del problema introducendo R.I.T.A.

Non si tratta di una bella signora , ma dell’acronimo di rendita integrativa temporanea anticipata, che permette di accedere prima del raggiungimento della pensione di vecchiaia (oggi 67 anni) ad una erogazione frazionata del montante del fondo pensione accumulato. In particolare i requisiti per l’accesso sono:

-cessazione rapporto lavoro

-non più di 5 anni alla maturazione della pensione di vecchiaia

-requisito contributivo minimo di 20 anni

-5 anni di permanenza nel sistema previdenziale complementare

oppure

-inoccupazione superiore a 24 mesi

-non più di 10 anni alla maturazione dell’età pensione vecchiaia

-5 anni permanenza nel sistema previdenza complementare

In questo modo, in pratica, possiamo ottenere l’erogazione di tutto il montante maturato o una sua parte a scelta dell’aderente.

Last but non the least, è anche possibile chiedere prima del pensionamento, la restituzione del montante totale ad esempio e lasciare aperto il fondo pensione per poter versare anche successivamente al fondo pensione ancora aperto per benefici fiscali.

In caso di decesso dell’iscritto al fondo pensione durante l’erogazione della rendita R.I.T.A. la parte rimanente non ancora riscattata non entreà nell’asse ereditario, non sconterà l’imposta di successione e sarà riscattata da eredi/beneficiari.

Concludo dicendo che, anche l’ultima resistenza, ovvero l’indisponibilità del capitale versato nel fondo pensione (TFR, contributi volontari e datore lavoro) più interessi, non ha più alcun senso. Io non posso e non devo convincere nessuno ma devo informare perchè questo è il mio lavoro e ciò per cui sono pagato. A voi ora l’invito all’azione.

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Il mercato è ancora sopravvalutato?

Il Warren Buffet indicator è uno dei miei preferiti metodi di valutazione del mercato azionario, e ovviamente, il preferito da Warren Buffet da cui deriva il nome dell’indicatore. Insieme al modello di Shiller il “CAPE P/E”, il Warren Buffet indicator è risultato molto utile negli anni per capire se il mkt azionario è equamente valutato, sopravvalutato o sottovalutato in un dato momento. Puntualizzo come sempre, per non essere frainteso, che questo indicatore è un elemento importante da utilizzare nel processo di valutazione del un mkt azionario ma andrà aggiunto ad altri elementi di valutazione per arrivare ad una conclusione di buon senso.

In questo articolo ci occuperemo solo dell’indicatore Warren Buffet. L’indicatore è costituito dal rapporto capitalizzazione di mercato e prodotto lordo del paese. Partiremo dal mercato USA ovvero dal mercato in cui abbiamo più dati disponibili e da quello che Warren Buffet ha maggiormente utilizzato per valutare il mercato domestico in cui ha operato in questi ultimi decenni. In pratica, si rapporta il valore delle azioni sul mercato in un dato momento, al prodotto lordo domestico del paese. Una recente variante prevede di inserire al denominatore il prodotto interno lordo e gli asset della banca centrale, ma il risultato finale non cambia di molto, e si arriverebbe alla stessa conclusione.

Nel grafico possiamo vedere il valore di questo rapporto variare nel tempo, dal 1970 ai nostri giorni. La ratio è che, quando il rapporto è nella parte bassa del grafico, il mkt azionario è sottovalutato, siamo in una fase di pessimismo mentre quando il rapporto è nella parte alta del grafico, il mercato è sopravvalutato. Come possiamo vedere dal grafico il valore medio si attesta a 82,8%, valore al quale corrisponde una capitalizzazione di mercato che è pari all’82,8% del PIL. L’indicatore è stato applicato in questo caso all’indice Wilshire 5000, l’indice più completo per rappresente l’universo investibile USA. E’ particolarmente evidente nel grafico di cui sopra, come ad un periodo di forte sottovalutazione del mkt azionario dal 1970 circa al 1995 ne sia seguito uno di forte e persistente sopravvalutazione partito nel 2010 e in atto ancora oggi. Chiaramente queste due fasi corrispondono a cicli economici depressi come quelli degli anni 70 e cicli fortemente espansivi come quelli partiti nel 2010. Non possiamo non notare, come i migliori punti di ingresso sul mkt azionario USA, siano stati in corrispondenza di bassi rapporti Market cap/GDP. Per mostrarvi la correlazione positiva tra bassi rapporti e buoni momenti di ingresso sul mkt possiamo pasare al grafico successivo

In questo grafico vediamo il Buffet Indicator confrontato con l’indice S&p500 USA dal 1950. A valore molto bassi di questo rapporto come negli anni 75/85 e 2003/2009 è poi seguito un ciclo fortemente rialzista del mercato azionario. Alla stessa stregua quando l’indicatore è stato su livelli massimi ovvero il 1967, il 2000 ed il 2021 sono seguiti mercati ribassisti di differente durata. Oggi l’indicatore tratta a 146% e dunque potremmo certamente dire che il mercato azionario USA non è a sconto. Dobbiamo ricordarci, tuttavia, che livelli di sopravvalutazione del mkt vengono a volte mantenuti anche per periodi lunghi prima di tornare verso il loro valore medio e lo stesso discorso vale per i periodi di sottovalutazione. L’indicatore quindi dovrebbe essere molto utile per decidere che esposizione tenere sul mercato di riferimento analizzato (in questo caso USA), sovrappesando quando il rapporto è basso e sottopesando quando il rapporto è alto.

Sono sicuro che molti di coloro che stanno leggendo l’articolo si stiano chiedendo cosa esprime l’indicatore sugli altri mercati azionari mondiali. Anche io me lo chiedo sempre e dunque acco un foglio di calcolo che esprime i valori assunti in questo momento dall’indicatore sui maggiori mercati azionari del mondo confrontandolo con i massimi ed i minimi assoluti toccati nella loro storia.

la tabella rileva che Europa (Germania, Spagna, Italia,ad esempio), Cina e diversi mercati emergenti siano particolarmente lontani dai loro massimi storici e comunque molto al di sotto del 100%. Potremmo pensare quindi si sovrappesare queste aree perchè i prezzi del mercato azionario sono ragionevoli e maggiormente “fair” aspettandoci quindi un ritorno alla media nel prossimo futuro, armandoci dei soliti ingredienti necessari sui mercati: pazienza e fiducia.

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Sarebbe utile pensarci prima…

In questo breve articolo, vorrei rinnovare nei miei lettori “diversamente” giovani, l’invito a riflettere sul dopo di noi. L’occasione, ripetuta negli ultimi tempi, di aver assistito all’apertura di successioni che hanno prodotto effetti indesiderati sui beneficiari dei patrimoni, mi ha spinto a riprendere l’argomento sperando di fornirvi qualche utile input.

Si, lo so, a nessuno di noi fa piacere pianificare il proprio patrimonio in anticipo prima della propria dipartita. Allontanare quel momento ha un effetto esorcizzante tuttavia siamo certi che sarà impossibile farlo dopo…

Ma cosa succede quando si passa a migliore vita dal punto di vista patrimoniale.

Alla morte del de cuius si apre la successione che in mancanza di testamento viene chiamata legittima. L’eredità si devolve per legge al coniuge, ai figli e ai parenti fino al sesto grado; in mancanza di questi soggetti sarà lo Stato che risponderà dei debiti ereditari solo entro il limite dei crediti che rientrano nel patrimonio ereditario. Gli eredi entrano in possesso di tutti i beni che cadono in successione. Tra questi beni, che vanno a formare il patrimonio ereditario, vi potranno essere beni mobili (qualsiasi oggetto, denaro, preziosi, e simili) e beni immobili (appartamenti, case, anche in locazione).

Operativamente i chiamati all’eredità, dovranno presentare allo Stato entro 12 mesi attraverso una dichiarazione di successione, il subentro al patrimonio ereditato.

Una volta presentata la dichiarazione, anche se dopo la scadenza del termine di presentazione, ma prima che l’Agenzia delle entrate abbia provveduto a notificare l’accertamento d’ufficio, quest’ultimo liquida l’imposta in base ai risultati della dichiarazione. Questa deve essere pagata, ai sensi dell’articolo 36 del Testo Unico, dagli eredi, in solido per quanto dovuto da loro e dai legatari, dai chiamati all’eredità

nel possesso dei beni ereditari e nel limite del valore di questi e dai legatari relativamente ai propri legati.

Una volta calcolata la base imponibile, si può procedere ad applicare sulla stessa le imposte di successione, con le aliquote che saranno a loro volta stabilite sulla base del rapporto di parentela che intercorre tra il dante causa e l’avente causa.

In maggior dettaglio, le imposte sono pari al:

  • 4% nei confronti del coniuge e dei parenti in linea retta (presente una franchigia di 1 mln euro per ciascun beneficiario);
  • 6% nei confronti degli altri parenti fino al quarto grado e degli affini in linea retta, nonché degli affini in linea collaterale fino al terzo grado (presente una franchigia di 100 mila euro per ciascun fratello o sorella);
  • 8% nei confronti degli altri soggetti

Le imposte ipotecarie, catastali e di bollo relative agli immobili invece devono essere autoliquidate dagli eredi e dai legatari e versate tramite modello F23 che dev’essere allegato alla dichiarazione in copia.

Non voglio tuttavia in questa sede occuparmi dell’aspetto operativo amministrativo ma offrire spunti di riflessione sulle conseguenze, dal punto di vista patrimoniale, che impatteranno sugli eredi e quali strumenti ha a disposizione ciascuno di noi per assicurare un passaggio ordinato e auspicato dei propri asset patrimoniali.

In Italia il patrimonio delle famiglie è fortemente sbilanciato verso l’immobiliare. Di qui partirò per segnalarvi che uno dei casi più frequenti a cui assisto è quello in cui gli eredi ricevono un patrimonio immobiliare indivisibile o gravato da irregolarità che ne impediscono anche la vendita. A volte, quando il numero di eredi è elevato, queste situazioni impediscono ai beneficiari di trovare una soluzione in tempi brevi e finiscono spesso in litigi ed controversie giudiziali. La difficoltà di accettare una perizia ritenuta equa, il frazionamento degli immobili su più beneficiari ed eventuali irregolarità catastali degli immobili, gravano di preoccupazioni gli eredi che si trovano a dover aspettare anni per entrare nella disponibilità dell’immobile per poi poter decidere cosa fare.

Senza entrare nel merito delle “donazioni” e delle peculiarità di questo atto da vivo che i notai sconsigliano, ma che potrebbe già essere una prima soluzione, potremmo parlare del testamento. Si tratta di un atto scritto con il quale una persona dispone delle proprie sostanze, in tutto o in parte, per il tempo susseguente alla sua morte. Uno strumento molto efficace per risolvere il problema di una equa ripartizione del patrimonio immobiliare e comunque secondo il volere del testatore. Quest’ultimo, infatti, conosce i suoi beneficiari, i loro gusti, le loro esigenze e le loro situazioni patrimoniali e nessuno meglio di lui può pianificare una successione immobiliare destinando l’immobile A a Caio, l’immobile B a Tizio e magari l’immobile C a Sempronio. In questo modo Caio, Tizio e Sempronio non riceveranno una quota di ciascun immobile magari indivisibile ed in compropietà, ma un immobile ciascuno, di cui potranno disporre liberamente. Ovviamente il testamento dovrà essere scritto in modo tale che non ci sia una lesione della quota legittima spettante a ciascun legittimario, pena esercizio azione di riduzione da parte degli eredi lesi. Quindi, per quanto il testamento possa essere scritto da ciascuno di noi di proprio pugno, sarebbe opportuno redigerlo con l’aiuto di un legale per evitare queste ultime problematiche. Visto anche il verificarsi frequente del mancato allineamento dell’immobile con il catasto, per non parlare delle situazioni più gravi di irregolarità non sanate, potrebbe anche essere l’occasione per sistemare le cose prima che la patata bollente cada nelle mani degli eredi. Infatti la chiamata necessaria ed indispensabile, per poter disporre dell’immobile come si vuole, all’allineamento catastale prevede anche il sostenimento di costi importanti che inevitabilmente e spiacevolmente dovranno essere sostenuti dagli eredi. In un testamento anche di questo aspetto si potrà e dovrà tenere conto, gestendo attivamente la quota disponibile. Infatti Il testatore, può disporre solo di una quota del proprio patrimonio, che varia tra un quarto e la metà dell’intero asse ereditario. Questa quota consente così al testatore di riequilibrare a proprio piacimento, e nel rispetto della sua volontà da vivo, le quote destinate agli eredi/legatari.

Senza entrare in questa sede nella sfera degli strumenti utilizzabili in vita, per predisporre una successione “ordinata” quali le donazioni, le polizze vita, le fiduciarie, il fondo patrimoniale, i patti di famiglia, i trust, sarebbe auspicabile che ognuno di noi facesse un check di pianificazione successoria insieme al proprio consulente finanziario.

Quest’ultimo ha a disposizione

Un “Tool di analisi patrimoniale e successoria“, che consente di analizzare la situazione patrimoniale globale del clienteTale strumento si caratterizza per tre passaggi logici fondamentali, ciascuno rispondente a una determinata finalità:   

  • censire l’attuale situazione patrimoniale e familiare del cliente, per fornirne una sorta di “fotografia” il più dettagliata ed esaustiva possibile;
  • simulare gli effetti di una successione secondo le ordinarie norme civilistiche (successione ex lege), per evidenziare le conseguenze di una devoluzione patrimoniale non pianificata, con le relative criticità (in termini, ad es., di fruibilità, lesione della quota di riserva, erosione delle franchigie previste per l’imposta di successione e donazione etc.);
  • simulare gli effetti di una successione testamentaria, per valutare le conseguenze di una pianificazione patrimoniale attuata secondo i desiderata del cliente, con la possibilità di modificarla fino ad ottenere la soluzione preferita (“fine-tuning”).

Come sempre, sono solito dire, usatemi.

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Il 2022…l’anno della normalizzazione

L’anno che ci stiamo lasciando alle spalle è l’anno che i più ricorderanno come l’annus horribilis per i mercati finanziari, ma che io ricorderò come l’anno che ha salutato il ritorno alle politiche monetarie convenzionali dopo anni di politiche monetarie non convenzionali. L’anno in cui, chi ha il pallino in mano dell’economia, ovvero le banche centrali, ha abbandonato la strada della distribuzione del denaro a pioggia e del denaro a basso costo, per imboccare la via della restrizione monetaria e dell’aumento del costo del denaro. Prima o poi doveva succedere, perchè chi ha un minimo di nozioni economiche di base, sa benissimo che, quando le banche centrali introducono troppa liquidità nel sistema, il rischio che l’inflazione parta è tutt’altro che remoto. Già nel 2021 si stava assistendo ad un inizio di surriscaldamento dei prezzi, e nel 2022, complice anche il conflito in corso, l’inflazione si è ripresentata dopo decenni, in tutta la sua forza con rialzo a doppia cifra. Le banche centrali, che avevano fino ad allora esitato, sono corse subito a spegnere l’incendio adottando tutti gli strumenti a disposizione. E lo strumento principe è la leva dei tassi d’interesse, che da negativi, sono passati negli USA al 4,5% nel giro di pochi mesi. Il rialzo dei tassi, pur essendo atteso, ha portato perdite in conto capitale ai detentori di obbligazioni ed azioni. Qui sotto, una tabella riassuntiva delle performance 2022 dei principali indici

La tabella di cui sopra mostra rendimenti negativi su tutte le asset class principali, escluse oro e materie prime. In realtà questi dati sono mitigati dall’apprezzamento del dollaro nei confronti dell’euro. Significa che l’investitore europeo ha ridotto le perdite poichè in parte sono state compensate dal dollaro forte per la parte di portafoglio investita in dollari (World ed USA). Anche l’esposizione all’oro (bene rifugio per eccellenza durante periodi inflattivi) avrebbe prodotto ritorni negativi, se non fosse stato per il dollaro. Quindi potremmo dire che poteva andare peggio e che sicuramente peggio questa volta è stato per un investotore americano.

La trasversalità delle performance negative tra le varie asset, è la causa di risultati estremamente negativi anche su profili conservativi. La sorpresa con cui i risparmiatori prudenti apprendono i risultati quest’anno, documenta la totale estraneità a quanto accaduto. Possiamo affermare, senza possibilità di essere smentiti, che la parte principale di un portafoglio prudente è composta da obbligazioni. Ma è proprio qualsiasi tipo di obbligazione, sia essa governativa che societaria, indipendentemente dalla sua durata, che ha accusato perdite a doppia cifra, come testimonia l’aggregate bond globale che ha lasciato sul terreno un 12%. Basti pensare, d’altro canto, che un investitore posizionato con un asset 100% azioni world, dunque dinamico, avrebbe subito perdite pari a un 14,38%.

Ora, siccome le due situazioni precedenti, 100% bond o 100% azioni, sono quanto mai rare vorrei con voi analizzare l’andamento di portafogli più reali perchè più vicini che troviamo nella realtà.

Nel grafico sopra sono rappresentati tre portafogli classici ovvero il 60% azioni e 40% bond, che potremmo definire il portafoglio per antonomasia della parte core di una pianificazione a lungo termine, un portafoglio 35/65 e 80/20.

Come possiamo vedere, a nulla sarebbe servita una diversificazione tra azioni e obbligazioni e neanche il diverso peso assegnato alle due asset in relazione al profilo di rischio dell’investitore. Qualsiasi scelta ci avrebbe portato a risultati simili. C’è stata una correlazione positiva tra le due asset, che ha eliminato il vantaggio della diversificazione.

Anche i classici lazy portfolios come ad esempio quello ideato negli anni 70 da Harry Browne, caratterizzato da una volatilità storicamente bassa ( ha un 25% di oro), avrebbe avuto un risultato nefasto per un investitore americano, come potete vedere qui sotto (raffrontato con l’indice azionario americano).

E se volessimo scomodarci andando a vedere le performance nel 2022 di altri lazy portfolios celebri per la loro bassa volatilità, drawdown e risultati ottenuti in passato, ecco qui una lista dei più celebri ed ultilizzati al mondo

L’unica strategia vincente è risultata la strategia azioni a dividendi stabili/crescenti, che avrebbe reso imbarazzante il risultato della strategia “conservative portfolio”.

Tutto questo per cosa dire:

-che qualsiasi risultato abbiamo ottenuto quest’anno dai nostri investimenti va messo in relazione al mercato in cui investiamo.

-che non esistono formule magiche nella costruzione e gestione di portafoglio

-che se abbiamo fatto delle scelte di buon senso e razionali di pianificazione finanziaria non dobbiamo farci assalire dai dubbi di aver sbagliato qualcosa se il risultato oggi non ci da ragione

-che, come dico sempre, per raggiungere un risultato di lungo termine in linea con le nostre aspettative dobbiamo accettare della volatilità

ultimo, ma non meno importante, che non è andata poi così male…

Buon anno!

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Ora che faccio ?

One of my stocks dropped 30%, I wonder if I should sell.

“Una delle mie azioni ha perso il 30%, mi chiedo se è meglio vendere…”

I don’t think adding money to my portfolio is wise right now.

“Non penso che aggiungere soldi al mio portafoglio sia saggio ora”

I’m losing money right now; I don’t like it.

“Sto perdendo soldi in questo momento; Non mi piace”

The market is down today. What if it’s the beginning of the next crash?

“Il mercato è in ribasso oggi. Cosa succede se questo è l’inizio del prossimo crash ?”

I’m paralyzed in front of my computer; I just can’t click on the buy or sell buttons.

“Sono paralizzato davanti al mio computer; Non riesco a cliccare sul tasto compra o vendi”

Queste sono alcuni stralci di frasi, che ho trovato recentemente sul web navigando tra forum di finanza, blogger e financial advisor, di risparmiatori certamente preoccupati. Ho citato testualmente, riportando le frasi in lingua originale, perchè forse danno maggiormente l’idea dello stato confusionale in cui queste persone si trovano. Confusione, ansia e paura che spesso derivano dall’ignoranza, nel senso buono del termine, di ciò che sta accadendo, della scarsa conoscenza della storia dei mkt e dal non aver preparato per tempo un piano B.

E allora parliamo della conoscenza, come tassello principale per costruire la nostra confidenza in ciò che facciamo, fugare i dubbi e mantenere la barra dritta nelle situazioni in cui la maggior parte di noi mette in dubbio tutto. Un buon grado di conoscenza della storia dei mkt, dalla loro origine fino ai nostri giorni, può infatti aiutarci a comprendere che la situazione che stiamo affrontando. Perchè non è la prima volta che si presenta e non sarà certamente l’ultima. Non è una punizione divina che è arrivata dal cielo per colpire me, ma una caratteristica intrinseca dei mkt che potremmo semplicemente definire volatilità. (ovvero dispersione dei rendimenti dalla loro media storica). Se conoscessimo la storia dei mercati negli anni, sapremmo anche, che è proprio dopo anni estremamente volatili che è arrivato puntualmente il premio per l’investitore. Ma non per tutti, solo per quelli pazienti. Qualcuno dice, con tanto buon senso, che occorra in questi momenti sviluppare come una letargia, una sorta di pigrizia, per domare quell’emotività che ci condurrebbe a fare gravi errori.

Quindi, mi propongo di aiutare gli investitori spaventati, con questo post, dissipando una parte della loro “ignoranza” attraverso una tabella che esprime dal 1928 ad oggi i rendimenti annuali del maggiore mercato al mondo ovvero quello americano. Nella prima colonna visualizzeremo i rendimenti annuali del principale indice azionario, nella seconda del governativo decennale, e nella terza di un portafoglio composto per il 60% dall’indice azionario e per il 40% da obbligazioni. Tutto in valuta domestica.

Il perchè di questa tabella è presto detto. Oggi giorno è raro trovare chi ha solo un portafoglio interamente azionario. Più frequentemente siamo investitori con portafogli bilanciati con diversi gradi di rischio. L’obiezione che mi potrebbe essere mossa a questo punto alla mia analisi, potrebbe essere relativa al fatto che stiamo considerando dati USA. Vero, tuttavia in un portafoglio world, gli USA rappresenterebbero circa il 65%, per cui se sovrapponiamo un indice USA ad uno World le conclusioni a cui arriveremmo sarebbero molto simili non cambiando la sostanza dell’analisi. Non ci interessa in questa sede sapere che distanza dovremo coprire esattamente per andare da A a B ma che la direzione sia corretta.

La prima cosa che, anche ad un profano, dovrebbe balzare all’occhio, è il colore prevalente. Vi chiedo di dirmi ad una prima occhiata, qual’è il colore della tabella che vi cattura, che vi sembra prevalere …

Dite la verità, lo avete individuato immediatamente…ma certo il verde !

Bene, allora andiamo a mettere a terra il significato del colore verde di questa tabella. Significa che per la maggioranza del tempo, dal 1928 ad oggi, l’investitore diligente azionario, obbligazionario e bilanciato avrebbe avuto ritorni positivi dai propri investimenti.

Si contano sulle punta delle dita gli anni che hanno presentato rendimenti negativi, contemporaneamente su tutte e tre le classi di investimento: azioni, obbligazioni, portafogli bilanciati.

Si tratta degli anni evidenziati in giallo, ovvero il 1931, 1941, 1969, 2018 e …2022.

Ebbene, gli anni successivi sono sempre stati anni in cui, almeno una, ma più spesso tutte e tre le classi di investimento, hanno avuto ritorni positivi o molto positivi. Perfino dopo il tremendo 1941, nel pieno della seconda guerra mondiale, un conflitto dagli esiti ancora incerti, il mercato ha premiato gli investitori pazienti e fiduciosi con rendimenti a doppia cifra su tutte e tre le classi di investimento.

Che insegnamento ne possiamo trarre:

che se abbiamo un portafoglio che ha azioni ed obbligazioni, ad esempio un’allocazione 60% azioni e 40% obbligazioni, non dobbiamo temere nulla ma essere solo pazienti per andare a raccogliere i rendimenti e le opportunità che il mercato, inevitabilmente, ci offrirà.

che la volatilità che dovremo attenderci, sarà meno della metà di quella di un portafoglio totalmente azionario. Che i tempi di recupero saranno molto più brevi dell’azionario e che dunque questi sono momenti in cui un portafoglio 60/40 non va venduto ma magari implementato con un’ottica di medio termine.

Ma se vi ricordate bene, all’inizio dell’articolo, vi ho detto che le ansie vengono scatenate dalla non conoscenza e dalla mancanza di un piano B.

Vi spiego cosa intendo per piano B. Il piano B è il metodo o i metodi che ho scelto di applicare alla gestione del mio patrimonio. Ad esempio, potrei avere aperto dei piani di accumulazione in fondi/etf e deciso preventivamente di attuare dei versamenti aggiuntivi quando il mercato perde il 20% o viceversa di fare dei rimborsi quando il mkt performa un +30%. Potrei avere un portafoglio bilanciato 50/50 gestito in maniera statica. In questo caso la metodologia che potrei perseguire è quella di ribilanciare i pesi delle asset nel portafoglio periodicamente ad esempio ogni anno per riportare il portafoglio in equilibrio. Oppure potrei avere un portafoglio che vorrei gestire in maniera dinamica seguendo una strategia trend following per cui seguirò un sistema che mi dirà quando andare al 30% di azionario o al 70% di azionario. Ancora, potrei aver tenuto della liquidità in portafoglio, da utilizzare quando il mkt scenderà sotto certi livelli che mi ero prefissato.

Questi sono i piani B !

Tutte le metodologie preventive implementate che ci consentono di evitare errori di valutazione generati da un’errata interpretazione delle informazioni in possesso. E’ noto infatti che l’uomo tende a risolvere un problema con la soluzione più semplice ed immediata, ma che spesso, non è la soluzione migliore.

Ricapitolando, un’adeguata conoscenza della storia dei mercati unita ad un piano B nel caso qualcosa vada per il verso sbagliato, sono i pilastri necessari per controllare i nostri Animal Spirits ovvero la nostra emotività, come soleva chiamarla John Maynard Keynes !

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